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    Famiglia Cristiana e il medioevo…

    Famiglia Cristiana denuncia l’emergenza morale, auspica una posizione della Chiesa  e PD e Centro plaudono.

    Buffo come l’intervento della Chiesa cambi di valore a seconda del vento: quando parla di argomenti su cui si preferisce farla tacere si grida all’ingerenza indebita, quando serve dar contro all’avversario politico, ben venga anche la voce del Papa.

    Eh no, non sono d’accordo.

    Ormai da tempo il settimanale che si vende in tutte le parrocchie è solito prendere posizioni autonome rispetto a CEI e Vaticano, ma sinceramente non capisco molto bene l’intervento di oggi. Va bene che in questi giorni è nauseabondo il susseguirsi di notizie pruriginose sulla vita privata del premier, a tutte le ore e su tutti i programmi, senza nemmeno un minimo di pudore e decenza; va bene che è immorale mischiare le vicende sessuali con l’amministrazione della cosa pubblica. Ma cosa chiede Famiglia Cristiana? Una pubblica accusa, una scomunica del governo, di medievale memoria?

    Guai a chi giudica le persone: si badi alla sostanza degli atti di governo, all’onestà del sistema, non ai peccatucci intimi buoni per le telenovelas e indegni dei TG.

    Chiamatela libertà

    Quando certe pratiche salutate come progresso e libertà nascondono uno schiavismo ancora più subdolo.

    http://www.piuvoce.net/newsite/sussurriegrida.php?id=241

    Speciale elezioni Europee

    Mentre si sente parlare di tutto fuorché di Europa, una proposta importante per riflettere sul prossimo voto delle Europee.

    Leggetelo perché ne vale la pena

    http://www.nobugie.splinder.com/tag/n+86+elezioni+europee

    Election folies

    Per questo post ci vorrebbe una categoria a parte sulle “election folies”… Spero sempre che il marketing della comunicazione elettorale faccia un salto di qualità, ma questo è un sogno che a quanto pare resterà a lungo non avverato…

    Se penso ai soldi che vengono spesi, mi chiedo come mai i poveri del PD ancora non sanno smarcarsi da questa avversione per il loro avversario politico, che è presente nelle loro campagne tanto quanto nelle proprie…ok, ben venga la lotta alla povertà e alla disoccupazione, ma perchè mai ostinarsi ottusamente in questa lotta contro le loro paure (che sia una terapia psicanalitica?? potrebbe essere un buon motivo per spiegare il fatto che i manifesti sottostanti siano denominati – tra gli altri – soggetto 1 e soggetto 2, qui, sul sito del PD).

    berlusconi77317_img            futuro_esceberlusconi77318_img

    Meno male che gli italiani hanno humor…e già sul web sono nati i generatori di manifesti del PD, con i quali i più felici creativi stanno mettendo in evidenza le contraddizioni dei nostri politici… questo qui sotto mi piaceva particolarmente….

     

    demo

     

    infine… non mi candiderò probabilmente mai, ma se mai capitasse mi dovrò ricordare di non rivolgermi all’autore di questa campagna elettorale, la cui foto vi metto qui sotto…vi giuro che non è un fotomontaggio, ma che essa campeggia davvero così sui muri della mia città…inconsapevole del doppio senso…

    Immag000

    la FOLLIA del Papa

    http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/04/30/cose-da-matti-il-new-york-times-elogia-la-follia-del-papa/

     

    Cose da matti. Il “New York Times” elogia la “follia” del papa

    A pochi giorni dal suo viaggio in Terra Santa, terreno minato per eccellenza, Benedetto XVI ha ricevuto dall’insospettabile “New York Times” una simbolica laurea ad honorem per la sua “follia”.

    Proprio così. Citando fin nel titolo il celebre “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam, il columnist del grande giornale liberal newyorkese ha riconosciuto a papa Joseph Ratzinger di aver agito con vera sapienza proprio quando la logica del mondo era tutta contro di lui e lo prendeva per matto: sia quando ha pronunciato il discorso di Ratisbona, sia quando ha revocato la scomunica ai vescovi lefebvriani, sia quando ha messo in guardia dal combattere l’AIDS col preservativo.

    Con questi suoi atti, ha scritto il “New York Times”, Benedetto XVI non solo s’è comportato secondo il Vangelo – ad esempio, con i lefebvriani, con la “follia” di lasciare le 99 pecorelle per mettersi in cerca dell’unica smarrita – ma ha ottenuto risultati pratici indiscutibili, sovvertendo tutti i pronostici.

    Grazie alla lezione di Ratisbona ha dato vita a un dialogo tra cristianesimo e islam non di pura cerimonia ma centrato sulle questioni capitali del rapporto tra fede, ragione e violenza.

    Grazie alla revoca della scomunica a un vescovo come Williamson ha richiamato l’attenzione di tutti sulle ragioni fondanti di un rapporto positivo tra la Chiesa e gli ebrei.

    Ecco qui di seguito il testo integrale del commento apparso sul “New York Times” il 28 aprile scorso. L’autore, John Berwick, è specialista in questioni religiose per l’emittente internazionale tedesca DW-TV.

    *

    In Praise of Folly

    by John Berwick

    BERLIN – The Vatican spokesman Federico Lombardi has good reason to feel nervous. On May 8, Pope Benedict XVI begins an eight-day visit to the Middle East. The pope doesn’t think much of spin doctors. But when he makes waves, it’s his director of communications who has to bail water out of the boat.

    The pope has already caused Father Lombardi a number of headaches. In a press conference on the papal flight to Brazil last May, Benedict appeared to suggest that legislators who support laws allowing abortions should be excommunicated. That sparked a torrid debate in the world’s largest Roman Catholic country. The furor overshadowed the whole trip.

    Not surprisingly, when the pope flew to Africa in March, Father Lombardi said firmly: No in-flight press conference. But en route to Cameroon, the pope told journalists that the distribution of condoms was contributing to the AIDS pandemic. International health organizations were enraged.

    Benedict XVI made his first major blooper in September 2006, one day after the fifth anniversary of the 9/11 terrorist attacks. The former theology professor speculated that there might be a correlation between the subordinate role of reason in Islam and the violence committed in its name. His comments were intended as an invitation to inter-religious dialogue, based not on the feel-good approach of his predecessor John Paul II but on frank discussion of the differences between Islam and Christianity.

    Perhaps nobody was more surprised and shocked than he when radical Muslims in the West Bank responded by burning down Catholic churches.

    But that wasn’t the end of the story. An international group of 138 Islamic scholars wrote to the Vatican, requesting an opportunity to make their case. The pope met them and apologized for hurting Muslim sensibilities. Two years later an unprecedented Catholic-Muslim summit was held at the Vatican. It resulted in the creation of a permanent interfaith forum.

    The work of this group, which includes scholars and leaders representing every Muslim country and every major school of Islam, has hardly been noticed by the media. And that’s probably a good thing. The discussions are delicate, and any progress will likely be incremental. But its mere existence is a sensation. This is the first time in their thousand years of coexistence that the world’s two largest monotheistic faiths, represented by high-ranking scholars, are discussing their differences in a spirit of mutual respect and genuine inquiry. And without Benedict XVI’s disparaging remarks in Regensberg, foolish by any standards of diplomacy, it wouldn’t have happened.

    The pope’s second monumental blooper was lifting the excommunication in January of four ultra-conservative Catholic bishops, including that of Richard Williamson, who had denied the Holocaust. Jewish groups reacted with fury; many Catholics, with incredulity. In an unprecedented move, Chancellor Angela Merkel of Germany publicly asked the pope for “clarification” of his actions. Once again, Father Lombardi was bailing water for all he was worth.

    The Vatican spokesman explained that the bishops had not been “fully reinstated,” that the lifting of excommunication was simply “a gesture of compassion,” an invitation to dialogue. Archbishop Robert Zollitsch, chairman of the German Catholic Bishops Conference, added that it was Benedict’s “nightmare” that the ultra-conservatives might take the final step and break with the Church during his pontificate.

    There are no grounds for supposing that this pope will have any truck with anti-Semitism. He has actively promoted Catholic-Jewish relations for decades and publicly said there can be no place for anti-Semitism in the Church.

    Nevertheless, his obsessive desire to preserve Church unity in this case was foolish — as foolish, in fact, as that shepherd in the Parable of the Lost Sheep, who left 99 of his flock to go in search of the one that had strayed. Incidentally, as the great 16th century Catholic Humanist Erasmus of Rotterdam pointed out, the Gospels are full of such foolishness.

    At present it looks as though the pope’s “compassionate gesture” will not bear the desired fruit. But, paradoxically, it has focused attention on Nostra Aetate, a decree of the Second Vatican Council, which marked a new beginning in Catholic-Jewish relations in the mid-20th century. It teaches that Judaism has not been replaced by Christianity; God’s covenant with the Jewish people is eternal. And therefore Judaism has a special place alongside Christianity.

    Some conservative elements within the Church have disputed that Nostra Aetate is binding because it is “merely” a decree, not a constitution or a declaration. That sophism is now exposed. And without Benedict XVI’s foolish gesture of goodwill toward Bishop Williamson, it might never have been.

    Perhaps we should be less worried about the pope’s bloopers than the arbiters of political correctness would have us be. In his classic “Praise of Folly,” Erasmus concluded: “All men are fools, even the pious ones. Christ himself, though he was the wisdom of the Father, took on the foolishness of humanity in order to redeem sinners. Nor did he choose to redeem them in any other way but through the folly of the cross and through ignorant, sottish disciples.”

    There’s no accounting for folly, except to recognize that it’s perhaps the most endearing and creative human quality. And in the long run, it can be a lot more productive than prudent diplomacy.

    Rose e l’AIDS…

    (per questo articolo devo ringraziare Mimma)

    AFRICA/ 1. Jovine (malata Aids): senza marito e con sei figli ormai orfani, a che mi servono i condom?
    INT.
    Rose Busingye
    venerdì 20 marzo 2009
    Discutere del problema dell’Aids dalle redazioni dei giornali o dagli uffici politici delle varie istituzioni europee è una cosa; parlarne avendo negli occhi la situazione di decine di donne sieropositive, e dei loro figli che hanno preso il contagio, è tutt’altro affare. Rose Busingye dirige il Meeting Point di Kampala, un luogo di rinascita per 4 mila persone, tra malati e orfani, altrimenti condannate a vivere nel silenzio e nell’abbandono il loro destino di marchiate dall’Hiv.
    In questo luogo di intensa umanità, le polemiche sull’uso del preservativo per abbattere il flagello dell’Aids giungono come un’eco lontana.
    Rose, che effetto le fa sentire tante voci polemiche intorno a un problema col quale lei lotta ogni giorno?
    Chi alimenta la polemica intorno alle dichiarazioni del Papa deve in realtà capire che il vero problema della diffusione dell’Aids non è il preservativo; parlare di questo significa fermarsi alle conseguenze e non andare mai all’origine del problema. Alla radice della diffusione dell’Hiv c’è un comportamento, c’è un modo di essere. E poi non dimentichiamo che la grande emergenza è prendersi cura delle tante persone che hanno già contratto la malattia, e per quelle il preservativo non serve.
    Però resta il fatto che comunque si può fare qualcosa per evitare che il contagio si diffonda ulteriormente: in questo caso la prevenzione non è uno strumento utile?
    Riporto un esempio, per far capire come veramente a volte non ci si rende conto della situazione in cui viviamo qui in Africa. Un po’ di tempo fa erano venuti alcuni giornalisti per fare un reportage sull’attività del Meeting Point: videro la condizione delle donne sieropositive che sono qui, e rimasero commossi. Decisero allora di rendersi utili, facendo un piccolo gesto per loro: regalarono alcune scatole di preservativi. Vedendo questo, una delle nostre donne, Jovine, li guardò e disse: «Mio marito sta morendo, e ho sei figli che tra poco saranno orfani: a cosa mi servono queste scatole che voi mi date?». L’emergenza di quella donna, e di tantissime altre come lei, è avere qualcuno che la guardi e le dica: «donna, non piangere!». È assurdo pensare di rispondere al suo bisogno con una scatola di preservativi, e l’assurdità è nel non vedere che l’uomo è amore, è affettività.
    E per quanto riguarda invece le persone che possono avere rapporti con altre e diffondere il contagio?
    Anche lì vale lo stesso discorso: bisogna innanzitutto guardare la loro umanità. Una volta stavamo parlando ai nostri ragazzi dell’importanza di proteggere gli altri, di evitare il contagio; uno di loro si mise a ridere, dicendo: «ma cosa me ne importa, chi sono gli altri? Chi sono le donne con cui vado?». E un altro diceva: «anch’io sono stato infettato, e allora?». L’Aids è un problema come tutti i problemi della vita, che non si può ridurre a un particolare. Bisogna innanzitutto partire dal fatto che bisogna essere educati, anche nel vivere la sessualità. Ma l’educazione riguarda innanzitutto la scoperta di sé stessi: la persona che è cosciente di sé, sa che ha un valore che è più grande di tutto. Senza la scoperta di questo valore – di sé e degli altri – non c’è nulla che tenga. Anche il preservativo, alla fine, può essere usato bene solo da una persona che abbia scoperto qual è il valore dell’umano, se ama veramente, e se è amato. Si pensa forse che dove il preservativo viene distribuito non prosegua il contagio dell’Aids? E poi in certi casi il discorso del preservativo, nelle condizioni in cui ci troviamo, può sembrare a tratti anche ridicolo.
    In che senso?
    Pochi giorni fa, ad esempio, abbiamo fatto vedere alle nostro donne che cos’è il preservativo, spiegando anche le istruzioni per l’uso: prima di usarlo bisogna lavarsi le mani, non ci deve essere polvere, deve essere conservato a una certa temperatura. Sono state loro stesse a interrompermi: lavarsi le mani, quando per avere un po’ d’acqua dobbiamo fare venti chilometri a piedi? E poi la polvere: anche qualche granello può essere pericoloso e rischiare di strappare il preservativo. Ma queste donne spaccano le pietre dalla mattina alla sera, e hanno la pelle delle mani screpolata e dura come la roccia! Per questo dico che si parla senza minimamente conoscere il problema e la condizione in cui ci troviamo.
    Alla luce di questa diffusa ignoranza riguardo ai problemi reali della gente che vive in Africa, che effetto le fanno le polemiche contro il Papa?
    Il Papa non fa altro che difendere e sostenere proprio quello che serve per aiutare questa gente: affermare il significato della vita e la dignità dell’essere umano. Quelli che lo attaccano hanno interessi da difendere, mentre il Papa di interessi non ne ha: ci vuole bene, e vuole il bene dell’Africa. Da lui non arrivano le mine che fanno saltare per aria i nostri ragazzi, i nostri bambini che fanno i soldati, che si trovano amputati, senza orecchie, senza bocca, incapaci di deglutire la saliva: e a loro cosa diamo, i preservativi?
    In effetti l’Aids non è certo l’unico problema che attanaglia l’Africa.
    Ci sono moltissimi altri problemi e situazioni tragiche su cui c’è totale indifferenza. Quando qualche anno fa c’è stato il genocidio del Ruanda tutti stavano a guardare. Qui vicino c’è un paese piccolissimo, che poteva essere protetto, e non si è fatto nulla: lì c’erano i miei parenti, e sono morti tutti in modo disumano. Non si è mosso nessuno, e adesso vengono qui con i preservativi. Ma anche a livello di malattie vale lo stesso discorso: perché non ci portano le aspirine, o le medicine anti-malaria? La malaria è una malattia che qui miete più vittime rispetto all’Aids.
    Qual è la situazione ora in Uganda riguardo alla diffusione dell’Aids?
    In Uganda si stanno facendo grandi progressi, e il nostro presidente sta operando benissimo e ottenendo ottimi risultati. E il suo metodo non è puntare sulla diffusione dei preservativi, ma sull’educazione: ha istituito un ministero per questo, e ha mandato la gente in giro, nei villaggi di analfabeti per educarli a un cambiamento della vita. La moglie del presidente è stata qui da noi poco tempo fa, e ha detto con forza che il vero punto che può far cambiare la situazione è smettere di vivere come i cani o i gatti, che devono sempre soddisfare i loro istinti; e ha parlato del fatto che l’uomo è dotato di ragione, che lo rende responsabile di quello che fa. Se l’uomo rimane legato all’istinto come un animale, dargli un preservativo non serve a nulla. Questo è il metodo che sta dando risultati, e ha portato la diffusione dell’Aids in Uganda dal 18% della popolazione al 3%. Il metodo funziona, e il cuore del metodo è fare in modo che la gente si senta voluta bene. Lo vediamo qui al Meeting Point: quando le persone arrivano qua, non vogliono più andare via.
    (Rossano Salini)

    ai cattolici…

    Dalla lettera del Papa ai vescovi: «Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilità pronta all'attacco»

    …è davvero brutto, se non fosse anche stupido e triste, vedere tanti intelligentoni cattolici che si sentono così bravi da poter giudicare l’operato del prof. Ratzinger (che solo per età e cultura credo la sappia più lunga di davvero molti di noi), sia quello del S. Padre (che solo per questo, meriterebbe un po’ di rispetto).

    Io non dico che il Papa e la Chiesa non possano sbagliare, ma mi domando in quanti, prima di sparare sentenze sull’operato del Papa, sinceramente si documentino e verifichino i fatti. A volte mi pare che le critiche siano in malafede, come se non si aspettasse altro che quest’uomo faccia un passo falso…ma poi per quale motivo? forse che l'errore di uno o di molti cambierebbe la realtà di salvezza donata da Cristo??

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    PAPA, AIDS E PRESERVATIVO: LA POLEMICA SERVE A COPRIRE IL VERO PROBLEMA
    di Bruno Mastroianni
    Ci stavamo quasi cascando. Per un attimo abbiamo veramente pensato che al centro della polemica ci fossero l’Aids e il preservativo. Ma poi, mettendo insieme un paio di dati, ci siamo ricreduti. Non c’entrano i profilattici, non c’entrano l’Aids e il Papa. Il problema è che l’attenzione che il pontefice sta attirando sull’Africa potrebbe svelare alcune magagne dell’Occidente, se solo la gente se ne accorgesse. A parlare sono i dati dell’Ocse nel Development Cooperation Report reso pubblico nei giorni scorsi. Uno tra tutti: quegli stessi Paesi che oggi gridano contro il Papa per le sue parole sul condom, hanno tra il 2006 e il 2007 diminuito i loro aiuti verso il continente africano dell’8,5%. Con picchi piuttosto alti: la Francia – che ha iniziato la polemica – ha diminuito gli aiuti del 16,4%. D’altronde tanta violenza polemica sul preservativo faceva sorgere un po’ il sospetto: ormai di studi che ne rilevano l’insufficienza come unico mezzo della lotta all’Aids ce ne sono fin troppi. Uno dei più recenti è dell’Università di Harvard (pubblicato su Science nel 2008) che mostra come la strategia “solo preservativo” in 25 anni in Africa ha dato pochi risultati. Lo sa bene l’OMS visto che ogni anno, nonostante la diffusione dei condom, registra un aumento dell’epidemia. E poi la Chiesa conosce perfettamente la situazione: da sola copre circa il 30% dei servizi sanitari del continente, ricevendo degli aiuti internazionali solo il 5%. Ci si sarebbe aspettato un costruttivo scambio di opinioni tra esperti. Invece hanno prevalso accuse e stracciamenti di vesti. Da qui il sospetto: non è che tutta questa polemica è un bel preservativo mediatico per evitare che la gente si infetti, scoprendo che l’Occidente fa poco per l’Africa?
    Bruno Mastroianni
    20 marzo 2009

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    L' aggressione a Benedetto XVI è sempre più incalzante, grossolana, astiosa, ben orchestrata mediaticamente e male argomentata razionalmente. Ieri è stata la volta di Francia, Germania e Fondo monetario intemazionale. Con un linguaggio tronfio e censorio, portavoce di Parigi, di Berlino e del Fmi di Washington hanno messo sotto accusa il capo della Chiesa cattolica per le sue opinioni ben documentate sull'inutilità sostanziale del preservativo come asse strategico della lotta contro la grave epidemia di Aids in Africa. Parliamo di burocrazie, naturalmente, non di popoli. Burocrazie e diplomazie che si mettono al servizio di piccole ma insidiose crociate ultrasecolariste contro un Papa che ha avuto la sfacciataggine, come il suo predecessore, di impugnare la ragione per affermare nello spazio pubblico europeo e mondiale il contenuto e il significato della fede cristiana, una fede che assume alcuni principi liberali del tempo moderno senza sottomettersi alla sua deriva nullista. E contro un Papa che ha avuto la sapienza di impugnare la ragione occidentale ovvero il deposito laico del migliore illuminismo cristiano nel momento in cui un postmodernismo banale delegittima la nozione di verità ed esorcizza la realtà anteponendole una falsa coscienza del soggetto, un'ideologia settaria è al fondo estremamente intollerante. Stavolta è in nome della difesa della vita che muovono all'attacco i portavoce istituzionali di una cultura i cui pilastri etici globali sono gli spermicidi, l'aborto moralmente indifferente, la pianificazione familiare coatta del sesso dei nascituri, la selezione eugenetica della vita e la sua riproduzione artificiale come mezzo a scopo di ricerca, fino all'eutanasia. Si lamentano perché Benedetto XVI ha riaffermato, nel corso del viaggio in Africa, la sua convinzione: non è con i profilattici che si combatte la pandemia dell'Aids. Questa convinzione, che alla luce del senso comune regge ogni possibile prova e verifica..., è notoriamente condivisa in Africa dalla grande maggioranza degli operatori sanitari e sociali, non solo nella vasta rete missionaria cattolica o cristiana di altre denominazioni, ma anche tra i laici.
    Tutti sanno quel che molti non si azzardano a ripetere in pubblico per timore di essere sanzionati e ostracizzati come eretici del pensiero unico dominante: tutti sanno, come ripreso in un lancio della Bbc appena due giorni fa, che il tasso di infezione di Washington D.C., la capitale americana che ospita quei lumaconi del Fondo monetario che avrebbero ben altro di cui occuparsi, è pari a quello dell'Uganda (il 3 per cento della popolazione sopra i dodici anni), dimostrazione palese che la differenza la fanno i comportamenti a rischio e non la disponibilità dei profilattici (disponibilità universale nella città di Washington). Tutti sanno o dovrebbero sapere che tra i neri maschi il tasso di infezione è tre volte quello dei maschi bianchi e due volte quello degli ispanici, e che il vettore di contagio ancora di gran lunga più potente è il sesso promiscuo tra maschi. La cultura politicamente corretta ha fatto dell'Aids un'epopea angelica, ha creato la malattia da adorare idolatricamente e da esorcizzare nella mistica della solidarietà, e tutto per nascondere il fatto che la sindrome da immunodeficienza acquisita è soltanto la conseguenza di comportamenti sociali nuovi e libertari, in cui una sessualità spregiudicata e avalutativa soppianta i vecchi condizionamenti "oscurantisti" della continenza e dell'amore-eros come basamento dell'agape familiare. Chiunque la pensi diversamente viene non già messo in discussione ma irriso e censurato come retrogrado, e figuriamoci il capo di una Chiesa che alla difesa della vita umana dedica il massimo delle sue energie; figuriamoci un Papa che, scandalo e follia per il pansessualismo del neopaganesimo contemporaneo, crede nell'educazione, nella sobrietà dei costumi, in una sessualità umana orientata alla costruzione di significati vitali e non alla distruzione dell'amore nella caricatura del piacere. Con grandissima boria, con infinita presunzione, con un linguaggio moralmente ricattatorio, le burocrazie che stanno al vertice delle potenze civili della vecchia Europa e le nomenclature globaliste mettono sotto accusa il Papa, dall'alto della oscena pratica di un miliardo di aborti in trent'anni, per "attentato alla vita in Africa". Un disgustoso paradosso.
    Giuliano Ferrara
    (Il Foglio - 19.03.09)

    Quaresima in Italia

     

    Ricordo ancora la lotta che ho dovuto fare come insegnante a Siena per farmi cambiare il menù della mensa durante la Quaresima… vedo che invece di crescere si torna indietro…

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    UNA SINISTRA DELL’ODIO CHE DEVE FAR PAGARE AI CRISTIANI PERFINO LA QUARESIMA…
    In Italia circa l’80-90 per cento della popolazione si definisce cattolica, mentre il 5 per cento circa si dichiara atea. I giornali però ragionano e informano come se la proporzione fosse esattamente inversa. Ignorano così anche la tendenza rilevata dalle indagini sociologiche, pure fra i più giovani: per esempio i “non credenti” fra i 18 e i 30 anni sono passati dal 17,2 per cento del 1981, al 5,8 per cento del 2000. E la fiducia nella Chiesa da parte degli italiani è cresciuta dal 57 per cento del 1981 al 67 per cento di questi anni.
    Ma i giornali sembrano rappresentare più il mondo delle redazioni che quello reale, il quale infatti poi si schiera agli antipodi dei media: vedi il referendum sulla legge 40 e le elezioni. I giornali sono totalmente disinteressati al cattolicesimo. Anzi, sono vistosamente ostili. I “cattolici” a cui danno voce sono solo quelli che picchiano sulla Chiesa e sul Papa: ieri, fra gli altri, c’era Hans Kung sulla “Stampa” che se n’è uscito con l’evocazione del “Concilio di Nizza del 325”. Temo si sia confuso col famoso Concilio di Nicea del 325, ma nei giornali non se ne accorge nessuno.
    Nessuna parola si è letta ieri sul fatto che era il mercoledì della ceneri e l’inizio della Quaresima per la quale il Papa ha scritto un Messaggio stupendo. Capita di essere informati dai giornali dell’inizio del Ramadan (il periodo di digiuno islamico), ma non dell’inizio della Quaresima. L’unico articolo che ne parlava è uscito sulla Repubblica e mi pare un esempio di faziosità ideologica.
    Dunque è accaduto che per le mense scolastiche del Comune di Roma, nel periodo di Quaresima, ovvero per sei venerdì, siano stati scambiati i menù fra il giovedì e il venerdì, cosicché il filetto di manzo va al giovedì e il pesce alla mugnaia va al venerdì.
    Spalancati cielo. La Repubblica è insorta con un’intera pagina: “Scuole, è quaresima anche nel piatto, fino a Pasqua in mensa niente carne”. Già questo titolo è sbagliato e fuorviante, perché la carne è sostituita dal pesce solo al venerdì. Ma oltretutto è davvero pretestuoso perché l’alimentazione dei bambini non cambia: fra le pietanze stabilite dai dietologi c’è sia la carne che il pesce. Collocare il pesce al venerdì anziché al giovedì in questo periodo è, oltreché una nostra antica tradizione (perfino molto salutare), un semplice accorgimento pratico per evitare che tante famiglie cattoliche debbano fare la domanda di variazione nei diversi municipi. Non toglie niente a nessuno. Ma contro questa scelta di buon senso si è scatenata la solita “guerra di irreligione” del giornale di Ezio Mauro.
    Con il contorno di politici, come Paolo Masini del Pd, che si lancia all’attacco dell’assessore capitolino Laura Marsilio: “Il suo è un pretesto pericoloso e irresponsabile” tuona Masini. “Imporre a tutti i bambini una scelta dettata da motivi religiosi rischia di acuire i problemi specie in una città come Roma, dove le difficoltà di integrazione sono ogni giorno più evidenti”.
    A me pretestuosa sembra la faziosità della sinistra giacobina che puntualmente cerca di usare l’argomento musulmani per dare sfogo al suo pregiudizio anticristiano. Come ha fatto in Gran Bretagna, per fare un esempio, il comune di Oxford quando ha cancellato il Natale chiamando quella del 25 dicembre “Festività della luce invernale”. A protestare contro la ridicola decisione non sono stati solo cattolici e anglicani, ma anche ebrei e musulmani. “I fedeli islamici e di altre confessioni – ha affermato il Consiglio musulmano di Oxford – “aspettano con trepidazione il Natale”, una festa che “non può essere cancellata con un tratto di penna”.
    Nel caso di Roma non risulta che abbiano protestato i musulmani. Ma la loro presenza viene usata come pretesto da altri in funzione anticattolica. Secondo una certa Sinistra, infatti l’integrazione non è solo il riconoscere e garantire gli usi e costumi delle minoranze, ma anche la cancellazione della millenaria tradizione della stragrande maggioranza degli italiani.
    Coloro che si scatenano contro il Comune di Roma per il semplice scambio di menù del giovedì e del venerdì, non risulta che siano insorti quando un istituto scolastico piemontese ha addirittura sospeso le lezioni nel giorno di inizio del Ramadan e nel giorno di conclusione.
    E neanche quando, nel 2006, il Comune di Milano ha preso una iniziativa ancor più esplicita e importante per il Ramadan islamico diffondendo nelle scuole una specie di decalogo dove si espongono i valori alla base di questa tradizione religiosa, aiutando gli insegnanti a valorizzare i ragazzi che desiderano avvicinarsi a questa pratica. Il Comune ha pure esortato gli insegnanti che hanno studenti musulmani a spiegare a tutta la classe il significato del Ramadan facendo un paragone con la Quaresima cristiana.
    Una professoressa milanese ha riportato su internet (condividendoli) alcuni contenuti di una circolare (probabilmente è la stessa) sul Ramadan: “Le linee guida di questa circolare suggeriscono al punto 2: ‘Sono molti i valori positivi che stanno alla base di questo precetto (ramadan ndr). Esso è innanzitutto rispettato per uniformarsi alla volontà di Dio, educa a dominare i propri desideri, rende partecipe della sorte di chi è povero, allena alla pazienza…’. Tra i suggerimenti pratici leggiamo: ‘la rinuncia alla merenda o a dolci e caramelle durante il giorno (eventualmente partecipata da chi volesse, anche se non musulmano) andrebbe incoraggiata al posto della rinuncia al pasto’ ”.
    Si può immaginare cosa sarebbe successo se ad essere così valorizzata dalle pubbliche autorità fosse stata la Quaresima dei cristiani. Allora sì che Repubblica e i “politici democratici” sarebbero insorti in difesa della “laicità della scuola” e contro quello che avrebbero definito vero e proprio indottrinamento confessionale. Ovviamente pericoloso e irresponsabile.
    E’ infatti la stessa scuola italica dove ogni anno tanti insegnanti “progressisti” (e pure i libri di testo) inventano mille modi per trasformare la festa del Natale in festa dell’inverno e della neve e quella di Pasqua in festa della primavera o della “colomba della Pace”.
    Intanto Repubblica si compiace che si venga incontro con sollecitudine alle necessità del Ramadan islamico perfino per i detenuti. Titolo del 4 luglio 2005: “Col ramadan dietro le sbarre cambia tutto per pasti e orari”. E perché allora dobbiamo cancellare la nostra millenaria tradizione?
    La vera integrazione non è prodotta dalla cancellazione della nostra antica cultura popolare e cattolica, come vorrebbe questa sinistra, ma dalla sua conoscenza e dallo scambio sereno fra diverse culture e diverse fedi, anche nell’ambito della scuola.
    Voglio raccontare un aneddoto significativo. Ho frequentato la facoltà di lettere e filosofia dell’università di Siena dove mi sono laureato e dove ho seguito per anni le lezioni di un grande professore di “critica letteraria”, il famoso Franco Fortini.
    Le sue idee marxiste erano note (scriveva peraltro sul Corriere della sera). Lui era oltretutto di origini ebraiche, non certo cattoliche. Ebbene, un giorno di febbraio, inizio di Quaresima, arrivato in aula, cominciò a declamare (magistralmente) un poema. Solo alcuni di noi – ciellini - sapevano che era “Il mercoledì delle ceneri” di Thomas S. Eliot e seppero spiegare cosa significa questo giorno cristiano. L’altra parte degli studenti (di sinistra) lo ignorava. A loro Fortini si rivolse spiegando (energicamente) che non è ammissibile vivere in Italia e addirittura studiare letteratura, storia e arte italiane senza conoscere tutto del cattolicesimo. “Qualunque idea politica o convinzione si abbia” disse “dovete conoscere a menadito la tradizione cristiana”.
    Antonio Socci
    Da Libero, 26 febbraio 2009
    Post scriptum
    Una breve osservazione supplementare. Considerate quante volte sui quotidiani trovate un punto di vista cattolico, una delle tantissime storie del popolo cristiano, un articolo sulla Chiesa o la fede non pregiudizialmente ostile. A me pare che non accada quasi mai. Clamoroso fu quello che si verificò durante il referendum sulla legge 40: tutti, dico tutti, i media da una parte e la stragrande parte del popolo italiano dall’altra. Infatti guardate come quegli stessi media hanno poi totalmente rimosso quella vicenda. Non un solo editoriale autocritico. Mai un ricordo, una menzione. Com’è che quella ristretta minoranza (5 per cento) che si definisce atea impronta alla sua visione del mondo tutti i media? E tutto questo non somiglia a un soffocante regime ideologico monocolore?

    La vita e i cattolici…

    Forse che la vita non ci interessa?

    MA DAVVERO SULLA VITA
    SI DOVREBBE TACERE?

    Che qualcuno possa mettere in discussione il diritto della chiesa cattolica e dei credenti a manifestare liberamente il proprio pensiero in materia di vita umana è questione che fa letteralmente impallidire l’oscurantismo che nel passato ha visto protagonista la stessa Chiesa. Ma tant’è. Sulla vita e sulla morte, sul dolore e la malattia, in una parola, su ciò che tocca più da vicino la natura e il cuore dell’uomo, sembra che siano soltanto gli scienziati o, al più i politici ad avere diritto di parola.

    Personalmente ritengo che proprio perché si tratta di un bene preziosissimo, la nostra vita, non è opportuno concedere certe deleghe, precludendo il diritto di parola a chicchessia. Se ne discuta apertamente; ciascuno dipani gli argomenti che ha; ma lo si faccia con il necessario rispetto per tutti, evitando quanto meno di far passare per verità evidenti, quelle che sono semplici opinioni, se non addirittura menzogne. Mi riesce difficile scrivere ciò che sto scrivendo, senza pensare a ciò che è successo in questi giorni a proposito della povera Eluana Englaro. Che cosa rimarrà - mi domando spesso - di questo triste caso, quando a fare da schermo a ciò che si è detto in suo nome non ci sarà più la sofferenza di un padre? Vedremo forse accelerata una qualche legge sul testamento biologico. E sarà sicuramente un bene, se verrà fatta una buona legge. Non possiamo però escludere che ne venga fuori una brutta legge, una legge che, ad esempio, autorizzi espressamente l’eutanasia. In ogni caso temo che, alla fine, ciò che soprattutto rimarrà sarà soltanto un’enorme tristezza: una sfortunata ragazza fatta morire, per trasformare in diritto un desiderio, espresso magari con serietà, ma anche con la spensieratezza dei sui giovani anni. Ebbene, domando, su questo la Chiesa e i credenti dovrebbero tacere?

    Autorevolissimi filosofi ci dicono che, a fronte delle odierne tecnologie della vita, l’uomo va considerato ormai come un semplice “esperimento di se stesso” (Marc Jongen), grazie al quale coronare finalmente il sogno di realizzare un essere superiore all’uomo (Peter Sloterdjik); autorevolissimi scienziati, penso a Francis Crick e James Watson, gli scopritori della doppia elica del Dna, esternano ripetutatamente in favore della subordinazione del diritto alla vita al superamento di determinati test genetici; ovunque si volga lo sguardo è tutto un discutere di vita degna o indegna di essere vissuta; siamo in presenza di una sorta di cambiamento di paradigma che tende addirittura a trasformare l’”umano” da “presupposto” a “prodotto” dei nostri discorsi e delle nostre azioni: e su questo la Chiesa e i credenti dovrebbero tacere?

    Viviamo in un contesto socio-culturale tale per cui, da un lato, si direbbe che le cose si facciano da sole, secondo logiche che trascendono i singoli individui e le comunità, dall’altro tutto sembra venire ricondotto al più radicale individualismo, nella convinzione che ognuno debba poter realizzare come, dove e quando vuole i propri desideri di felicità. Si tratta di due logiche solo apparentemente contraddittorie che in realtà si sostengono a vicenda. La crescente e inquietante “statalizzazione del biologico”, di cui parlava già trent’anni orsono Michel Foucault, sembra seguire prevalentemente proprio la logica della più radicale individualizzazione. Un po’ come accade nei romanzi fantabiologici di inizio secolo XX, la rivendicazione del “diritto” a far nascere i figli come e quando vogliamo o del diritto a scegliere come e quando morire sembra configurarsi come un semplice stadio di passaggio sulla via rispettivamente di una sorta di ectogenesi artificiale, fuori del corpo umano, e di una exit strategy, chiamiamola così, ugualmente artificiale, entrambe sotto rigoroso controllo statale e grazie alle quali risolvere qualsiasi problema: dalla discriminazione delle donne all’invecchiamento della popolazione, dal problema dell’inverno demografico a quello dell’ordine sociale. Ebbene, ancora: la Chiesa e i credenti dovrebbero tacere su tutto questo? Meglio, molto meglio che alzino la voce; si tratta in ultimo di non consentire che sia il potere, qualunque esso sia, a stabilire in che cosa consiste il “bene” della nostra vita o a fissare i criteri della nostra “umanità”. 

    Sergio Belardinelli

    Professore Ordinario di Sociologia dei processi culturali nell`Università di Bologna e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica

    tratto da: http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=100

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    Se l`obbedienza è vissuta come un limite
    e non come adesione a una sapienza antica

    CATTOLICI ``ADULTI``, VITTIME
    DELLA RELIGIONE FAI DA TE

    Chi è più maturo tra un cattolico “adulto”, che è cattolico ma su alcuni argomenti si “sente” di dissentire dal magistero della Chiesa, e un cattolico senza aggettivi, che si impegna con tutte le sue forze a capire il senso profondo di un magistero millenario che va ben oltre la nostra breve esistenza?

    Leggiamo spesso sui giornali l’esaltazione di chi crede ma su alcuni temi dice la sua ribellandosi ai "diktat" di vescovi e prelati, come chi di don Lorenzo Milani conosce solo il titolo di un famoso libro, “L’obbedienza non è più una virtù”, senza leggerne mai una sola riga: l’avesse fatto, avrebbe capito che l’esperienza meravigliosa di don Lorenzo nasceva proprio dall’obbedienza alla Chiesa. Quella silenziosa, sofferta e consapevole obbedienza.

    E’ un cattolico maturo un credente che si prende il lusso narcisista di dirsi tale, pur prendendo le distanze, in nome della libertà d’opinione, da tutte le questioni in cui si sente in disaccordo con la Chiesa? O non è forse anche lui vittima, come molti del resto, di quella voglia di religione “fai da te” tanto diffusa al giorno d’oggi? Un bisogno di religioso che non pone Dio al centro della propria vita, ma fa di se stessi degli dei.

    E’ più maturo un cattolico che prende della religione ciò che più gli fa comodo, dall’alto della sua convinzione di sapere ciò che per lui è buono e ciò che non lo è, o un cattolico che pur non capendo, magari con immensa sofferenza, crede che nel magistero della Chiesa soffi il prezioso alito di Dio?

    La storia di ciascun santo ha il suo fondamento nell’essersi affidato alla millenaria sapienza che proviene dalla parola di Dio. Ha il suo fondamento in un’obbedienza fiduciosa, un’obbedienza che non dissente. Pur con fatica, anche se non capisce.

    Un`obbedienza che crede che in quella sapienza risieda la volontà di Dio per la propria vita. In quell’obbedienza, che è il fine ultimo di chi ascolta veramente, sta la maturità del cristiano e del santo. Non nel salottiero e continuo borbottare di cattolici che a pancia piena si permettono di avere l’ultima parola sempre e comunque, anche nei confronti di Cristo.

    Cristian Carrara

    tratto da. http://www.piuvoce.net/newsite/sussurriegrida.php?id=180

    Solo diritto…

    «Uso abnorme del diritto per far morire Eluana»
    di Lorenzo d’Avack *
    La drammatica vicenda della Englaro suscita un confronto su problematiche etiche, politiche e giuridiche in merito al consenso informato all’atto medico. Quanto scriviamo vuole essere una mera riflessione nell’ambito del giuridico, evitando così di esprimere giudizi morali più facilmente opinabili.
    A seguito di una lettura personalista della Carta costituzionale (artt. 13 e 32) e in forza di diverse Carte e Convenzioni europee, la nostra giurisprudenza è certamente univoca nel ritenere il consenso informato e consapevole del malato all’atto medico parte del più ampio principio della libertà, in virtù del quale la persona non può essere sottoposta a coercizione nel corpo e nella mente. Ne consegue la possibilità per il paziente competente, adeguatamente informato, di rifiutare o rinunciare a qualsiasi trattamento terapeutico, anche salva-vita. Tuttavia, va ricordato che per vicende come quella dell’Englaro, incapace di intendere e di volere – e in ciò sta la marcata differenza con il caso Welby –, il quadro compositivo dei valori in gioco ha evidenziato alle nostre Corti di giustizia un ulteriore problema: se il potere di rappresentanza del tutore si estenda fino alla possibilità di rifiutare un trattamento sanitario salva-vita. Un quesito che ha ricevuto risposte diverse tra il passato e il presente, così che appare arduo sostenere che la giurisprudenza sia univoca e non presenti dissonanze. Un’assenza di certezza che lascia sgomenti a fronte di richieste che coinvolgono diritti personalissimi come è quello al bene salute e di conseguenza alla vita.
    Voglio ricordare che nel caso Welby l’ordinanza civile del Tribunale di Roma (2006), che dichiara inammissibile la richiesta del distacco del respiratore; l’ordinanza del Tribunale penale di Roma (2007), nella persona del gip, che rinvia a giudizio Mario Riccio per il reato di omicidio del consenziente e infine la sentenza del Tribunale penale di Roma (2007), nella persona del gup, che dichiara il non luogo a procedere sempre nei confronti del dottor Riccio, sono decisioni tutte una diversa dall’altra nei princìpi e nelle conclusioni che ne conseguono.
    Non diversamente nel caso Englaro. La Corte d’Appello di Milano con il decreto del novembre 2006 conferma quanto già deciso dal Tribunale di Lecco (2005) e dichiara inammissibile il ricorso del padre-tutore che, come noto, chiede la cessazione dell’idratazione e nutrizione artificiale a cui è sottoposta la figlia. Questa decisione ritiene che nel caso di un paziente non più in grado di intendere e volere occorre verificare la sua pregressa volontà e qualora questa non sia certa deve essere effettuato un bilanciamento tra diritto all’autodeterminazione e diritto alla vita.
    Un bilanciamento che in base a dati costituzionali e normativi deve risolversi a favore del diritto alla vita e non della morte del soggetto.
    Pertanto, nella globale valutazione della vicenda Englaro non si può trascurare che nel 2006 la Corte d’Appello di Milano riteneva quella prova testimoniale sulla pregressa volontà della paziente «generica» e non in grado di attribuire alla ragazza «il valore di una personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa…».
    La decisione viene cassata dalla ben nota sentenza della Suprema Corte (21748/2007) che in materia di ricerca della volontà del paziente non più pertinente (cioè dell’Englaro) impone, con molto sconcerto per chi la legge in termini giuridici, che si tenga conto «della sua personalità del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche». A ciò si atterrà successivamente la Corte d’Appello di Milano con il decreto del 2008 che autorizza la disattivazione del presidio sanitario (alimentazione e idratazione artificiale), senza svolgere alcuna ulteriore attività istruttoria per verificare gli ormai lontani desiderata della paziente.
    Dunque, quelle prove orali (prove per testi) giudicate in precedenza generiche e insufficienti, divengono ora attendibili, e indicative della personalità (= volontà) della paziente, «caratterizzata da un forte senso di indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni». Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale, filtrato attraverso la volontà del tutore.
    Questo abnorme indirizzo giurisprudenziale, che pare costruito su misura per porre fine allo stato dell’Englaro (per il nostro ordinamento viva, ma in quella zona grigia che la pone fuori dal mondo) è contrario ai criteri più elementari di validità pensati per le cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, dove la forma scritta è l’unica garanzia per una più riflessiva formulazione della volontà, come avviene per il testamento mortis causa. D’altronde, anche le disposizioni cosiddette atipiche (art. 587, co. 2, c.c.), quali ad esempio quelle concernenti il riconoscimento del figlio naturale, scelta del tutore, disposizioni a favore dell’anima, richiedono la forma scritta. Per non menzionare, poi, la legge sulla privacy che subordina il trattamento dei dati personali al consenso espresso dell’interessato, manifestato liberamente, in maniera specifica per iscritto.
    Si può allora osservare come emerga dalla sentenza della Corte una minore tutela al bene vita di quella che l’ordinamento in genere riconosce ad altri interessi riferiti a valori patrimoniali ed esistenziali della persona.
    Ma, forse non tutti sanno che i criteri di accertamento della volontà imposti dalla Cassazione nel caso Englaro non sono conformi, anzi contrari, alla coeva giurisprudenza della stessa Suprema Corte. Emblematiche due sentenze (4211/2007 e 23676/2008) nell’ambito del diritto di non curarsi di pazienti, nella fattispecie testimoni di Geova. Sentenze che riaffermano l’obbligo del medico di salvare la vita, anche contro la volontà del soggetto e le sue credenze religiose che impongono il divieto a essere trasfusi. In queste decisioni si legge che qualora il paziente si trovi in stato di incoscienza, la manifestazione del ‘non consenso’ a un determinato trattamento sanitario, ancorché salvifico, dovrà ritenersi vincolante per i medici soltanto se contenuta in «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà». Una prova che non si realizza sebbene il paziente abbia con sé un cartellino recante la scritta «niente sangue».
    Si presuppone, dunque, in queste decisioni che nel mediare tra le istanze del solidarismo e del consensualismo in materia di trattamenti sanitari debba prevalere la direttiva in dubio pro vita contro quella fatta propria nel caso Englaro in dubio pro morte.
    Dunque, i giudici che hanno affrontato i problemi di vita o di morte tracciano princìpi e orientamenti difformi, lontani dal poter realizzare una qualche certezza del diritto. E non vedo come attenti giuristi, forse solo perché sospinti dalle proprie ideologie, sostengano che le Corti abbiano avuto il merito di tracciare una linea di legal polity, di modo che il processo normo-creativo possa usufruirne. Forse non sono state lette con sufficiente attenzione le diverse decisioni riguardanti le scelte di fine vita.
    Ma che un indirizzo giurisprudenziale uniforme non si abbia avuto nel nostro Paese non deve stupire. Gli addetti ai lavori, coloro che vivono la prassi quotidiana delle Corti, sanno bene che è frequente da parte dei giudici l’uso dell’incerta e curva corda della loro ragione, spesso esercitata con criteri selettivi e discriminanti in base alle proprie ideologie politiche, sociali e religiose. Allora, pare necessario e urgente non trascurare l’arte legislativa, in grado di attuare un’opera di mediazione che tenga conto di una società caratterizzata da pluralismo etico.
    * vicepresidente Comitato nazionale di bioetica
    Il vice presidente del Comitato nazionale di bioetica, Lorenzo D’Avack, formula un giudizio severo sul castello di teoremi giuridici che sembra «costruito su misura per porre fine allo stato dell’Englaro»
    Un giurista per la bioetica
    Ordinario di Filosofia del Diritto, Università degli Studi «Roma Tre», Lorenzo D’Avack è membro del Comitato nazionale di bioetica attualmente in carica, del quale è vice presidente.

    l’ipocrisia delle parole

    http://www.tempi.it/prima-linea/005537-la-morte-si-fa-bella

    La morte si fa bella

    Campionario cosmetico dei ninnoli e delle perifrasi che hanno trasformato una tragedia in «un lavoro ben fatto»

    di Emanuele Boffi

    “Eluana muere en pleno debate de la ley para atarla a la máquina”, titolo in prima pagina del quotidiano El País, 10 febbraio
    È proprio vero che gli uomini non possono sopportare troppa realtà. E quando non la possono sopportare la modificano, la sottopongono a cosmesi, scherzano con le parole, disgiungendo il significante dal significato. È accaduto con Eluana Englaro, ad esempio. Chi la voleva tenere in vita ha dovuto affannarsi per mesi a ribadire l’ovvio: è viva, non è attaccata a macchinari, deglutisce, ha il ciclo mestruale, mangia frullati (la mela grattugiata è accanimento terapeutico?), non ha espresso una volontà chiara e attuale di voler morire. Soprattutto, c’è qualcuno – le suore Misericordine – che la voleva.
    Ma gli uomini non sopportano troppa realtà. In molti commentatori hanno reso onore alla scelta di Beppino Englaro di non voler mostrare le immagini di Eluana, così come ella sarebbe apparsa agli occhi di un osservatore del 2009. Non ha voluto sfruttare il fattore emotivo, si è detto. L’avesse fatto, gli italiani sarebbero passati tutti dalla sua parte, si è detto. L’avesse fatto, tutti avrebbero capito. Ne siamo sicuri? Eppure le suore la curavano, anche se la sua immagine non era quella della ventenne sorridente delle fotografie. Per loro era così bella Eluana che, quando hanno sentito la descrizione che Marinella Chirico, giornalista Rai del Tg regionale del Friuli, «amica di Beppino Englaro», ne ha fatto («Era come un fantoccio di gomma. Gli occhi fissi, la lingua che penzolava ora a destra ora a sinistra, la bava che scendeva»), sono inorridite. «Da qui è andata via che era bella», ha dichiarato suor Rosangela.
    «Dal punto di vista professionale, è stato un lavoro fatto bene», Massimiliano Campeis, legale della famiglia Englaro
    Quando gli uomini non sopportano troppa realtà, la complicano, per nasconderne la fastidiosa evidenza. Come ha fatto il professor Maurizio Muscaritoli, presidente della Società italiana di nutrizione artificiale e metabolismo, che ha spiegato al Manifesto che «c’è una differenza tra alimentazione e nutrizione». «La nutrizione artificiale è un trattamento medico», «come la dialisi», quindi può essere rifiutata. Interessante la definizione che il professore ha dato di «alimentazione: avere capacità di portare cibo alla bocca, masticarlo, deglutirlo, digerirlo, assorbirlo e metabolizzarlo». Se ne deduce che i bambini di età inferiore all’anno, non essendo in grado di «portare cibo alla bocca», non si alimentino, ma si «nutrano artificialmente». Aggiungendo poi che la loro volontà può essere solo desunta dai capricci che fanno per non ingerire le pappe, che facciamo? Li portiamo tutti alla Quiete?
    “Beppino Englaro stacca quella cazzo di spina”, gruppo su Facebook
    Quando gli uomini non sopportano troppa realtà, chiedono di fare silenzio. C’è stato addirittura chi ha chiesto un silenzio più silenzioso del silenzio, come il Consiglio regionale del Piemonte, che non ne ha osservato nemmeno un minuto per ricordare Eluana. La richiesta non è stata accolta dal vicepresidente dell’assemblea Roberto Placido (Pd) perché «è un fatto privato, doloroso e tragico. Dopo tanto clamore che ha coinvolto in modo eccessivo le sedi legislative, ritengo opportuno rispettare il dolore della famiglia e far calare un silenzio vero sulla vicenda».
    «Un caso evidente di accanimento terapeutico», associazione “Noi siamo chiesa”
    Quando gli uomini non sopportano troppa realtà, chiedono di rispettare la Costituzione. Tra gli altri anche Tonino Guerra, quello che stava nei grigi parcheggi dei supermercati a girare spot sull’ottimismo «profumo della vita», che all’Unità ha dichiarato che «attraverso le ultime ore di Eluana hanno voluto ferire anche la Carta. Io sono per la Costituzione. Perciò credo sia giusto che la poesia scenda in piazza, che si mostri pronta ai temi sensibili».
    «Non usi la parola morte, monsignore. Non pensa che sia diritto di quella donna concludere la sua vita?», Piero Sansonetti, dibattito a Pomeriggio Cinque, 5 febbraio
    Quando gli uomini non sopportano troppa realtà, si appellano alla burocrazia. Come Beniamino Deidda, procuratore generale di Trieste, che riguardo all’autopsia ha detto che «i periti nominati dal procuratore di Udine hanno concluso per una causa di morte, indicata in uno scompenso cardiorespiratorio, compatibile con il protocollo previsto e citato nella perizia».
    «Una legge, un approdo comune sarà possibile solo se prevarrà l’amore cristiano sulla carità cristiana», Gustavo Zagrebelsky
    Quando gli uomini non sopportano troppa realtà, cercano dei colpevoli. Come il lettore dell’Unità G. B., che ha scritto una lettera per dire che «oggi tutte le persone moralmente sane hanno alcune ragioni in più per detestare Berlusconi e i suoi assoldati».
    Quando gli uomini non sopportano troppa realtà, cercano degli eroi. E qui l’eroe era uno solo.
    Lo ha detto Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo, commissario Cei del Clero e della vita consacrata: «Sono vicino a Beppino Englaro. Bisogna apprezzare la sua rettitudine. Beppino Englaro è stato grande nell’aver voluto una soluzione legale senza mai cercare scorciatoie sotto banco». Lo ha ribadito l’avvocato Campeis: «Quell’uomo è un simbolo di speranza, perché ha dimostrato che in questo paese c’è ancora spazio per persone che credono ai princìpi e alle regole. Per questo rimango convinto che ne sia valsa la pena».
    «Non è assolutamente eutanasia. Affermarlo è forzare le cose», monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia, l’Unità, 11 febbraio
    Quando gli uomini non sopportano troppa realtà, tirano in ballo Gesù Cristo. «M’immagino Cristo seduto ai piedi del letto di Eluana, che le prende la mano e finalmente la libera da quel corpo divenuto il sarcofago nel quale è stata prigioniera per gli ultimi 17 anni; immagino Gesù che la libera e l’aiuta ad alzarsi per portarla con sé e donarle finalmente pace e riposo in attesa della resurrezione», ha detto, durante un sermone, Sergio Manna, pastore valdese. O le virtù cristiane, come è il caso di Furio Honsell, sindaco di Udine: «Accetto il punto di vista di tutti. Ma credo che quello che abbiamo fatto sia stata una forma di carità cristiana».
    Purtroppo, quando gli uomini non sopportano più la realtà, si ubriacano di una gioia mortifera. Lo ha raccontato Mimmo Delle Foglie al Riformista, 11 febbraio: «Appena Eluana è morta, il responsabile dell’associazione Luca Coscioni del Friuli ha urlato fuori dalla clinica queste parole: “Ci uniamo alla gioia del padre di Eluana per la morte della figlia”».

     

    http://www.tempi.it/prima-linea/005536-eutanasia

    16 Febbraio 2009

    Eutanasia

    Prendi un trapasso atroce e fanne un paradiso

    di Giovanni Gobber*

    Gli eventi sono di vario tipo. Ci sono le azioni, i processi, gli stati. In un frammento di esperienza si trovano tutti: il medico visita la paziente; l’ammalata giace a letto ed è alimentata da un sondino naso-gastrico. Le frasi sono fatte di soggetti, predicati, complementi: la terminologia linguistica non è à la page, ma rende l’idea. Il significato si coglie ragionando, cioè collegando le parole all’esperienza: visitare, preso da solo, può voler dire di tutto, ma in quella frase indica un’azione ben precisa, e il medico denota un individuo che agisce intenzionalmente. Giace a letto significa uno stato, in cui versa l’ammalata, che non compie alcuna azione; è alimentata è un verbo di senso vago. Se c’è qualcuno che agisce, indica azione; in questo caso, però, si riferisce a un processo, che si compie per mezzo di uno strumento: i sondini non sono agenti razionali, dunque non agiscono. Se dico: Il noto giornalista è caduto dalle scale e ha battuto la testa contro lo spigolo dello scalino, non esprimo azioni, ma processi, perché il poveretto si è trovato coinvolto in un brutto incidente, magari causato dal gatto di casa, che passava di lì. Invece, nella frase L’infermiere è entrato nel reparto geriatrico con una siringa esprimo un’azione, perché il lavoratore ha fatto qualcosa intenzionalmente. Si consideri, poi, il caso seguente: L’infermiera spaventò la nonnina ammalata. Esprime un’azione, se lo spavento fu provocato intenzionalmente (per fare uno scherzo, o per altri fini…); è un processo, se non vi fu premeditazione: non vi è agente, quindi la frase equivale a La vista dell’infermiera spaventò l’anziana ammalata.
    Sono cose ovvie, se ci si ferma a ragionare. Eppure, nella comunicazione quotidiana, avviene che un’azione sia presa per un processo, e che un individuo che si trova coinvolto in un processo sia fatto passare per un agente. Consideriamo il “caso Eluana”. L’espressione è vaga: caso significa “vicenda, ciò che è accaduto”; la parola è legata al verbo latino cadere. Non è chiaro se caso denoti un’azione o un processo: sembra che non ci siano agenti, che tutto accada così, per caso. Per descrivere la vicenda, quasi tutti i giornali italiani usano gli stessi giri di frase: non è stata uccisa da medici e infermieri consapevoli di quello che facevano, bensì è morta. Gli esperti hanno rilevato che la morte è su-bentrata per disidratazione: non si è detto, però, che la disidratazione è stata provocata intenzionalmente.
    E Avvenire è «organo del Vaticano»
    E all’estero non butta diversamente: «Eluana, la paziente in coma, è deceduta» (Bild). «La paziente italiana in coma è deceduta» (Neue Zürcher Zeitung). «Eluana Englaro è morta» (Frankfurter Allgemeine). «Eluana Englaro, la paziente italiana in coma, è morta» (Die Welt). Morire indica un processo in cui è coinvolto il morente. Non è un’azione, non vi è un agente: morire non è uccidere. È inoltre evidente che Eluana non si è suicidata. È morta, ma i quotidiani tedeschi precisano che c’è stata eutanasia (Sterbehilfe), come scrive la Bild esplicitamente. La Neue Zürcher Zeitung aggiunge che Eluana è deceduta «in conformità con il desiderio della famiglia». L’affermazione è imprecisa: come ben rileva il londinese Times, la famiglia ha rispettato i desideri espressi da Eluana, secondo la testimonianza resa dal padre stesso e dagli amici della ragazza.
    Per arrivare alla morte, nella clinica di Udine «è stata sospesa l’alimentazione forzata». L’uso del passivo è importante: permette di cancellare l’agente. Chi ha sospeso «l’alimentazione forzata»? Non si dice, e del resto gli autori vanno considerati meri esecutori di una sentenza della Cassazione: hanno ubbidito agli ordini. Il passivo si trova in tutte le notizie di stampa sul “caso Englaro”.
    La Neue Zürcher aggiunge: il padre di Eluana ha dovuto combattere una lunga battaglia nei tribunali «per l’eutanasia passiva» (für die passive Sterbehilfe). A volte, all’estero, non si riesce a distinguere la Santa Sede dai vescovi italiani (secondo il castigliano El País, il quotidiano Avvenire sarebbe «l’organo di stampa del Vaticano»). A Zurigo, inoltre, si scrive che Berlusconi, «sottoposto alla pressione del Vaticano», ha cercato di imporre per legge il mantenimento in vita della donna e «la sospensione dell’eutanasia passiva». Per la berlinese Welt si tratta di una legge «contro l’eutanasia» in generale. Secondo la Frankfurter Allgemeine, il padre ha lottato «per il diritto di sua figlia a morire» (für das Sterberecht); l’eutanasia si è realizzata interrompendo le misure per mantenerla in vita (die lebenserhaltenden Maßnahmen). Il quotidiano di Francoforte ricorda le parole di Benedetto XVI: lasciare morire Eluana è la via sbagliata. In tedesco sterben lassen significa “lasciar morire”‚ ma anche “far morire”. Sembra che la lingua sia restia a tracciare un confine tra eutanasia passiva e attiva…
    I nemici del libero arbitrio
    Sui diritti il Times aggiunge un dettaglio importante: Beppino Englaro ha lottato per «dare una fine dignitosa alla vita della figlia» (a dignified end to his daughter’s life). Il diritto alla morte si precisa come diritto a una fine dignitosa. Altri impiegano morire con dignità. Non sfuggirà che l’accenno a una fine dignitosa presuppone che Eluana non fosse «morta 17 anni fa». Forse però in tale espressione il verbo morire assume un significato diverso da quello abituale: indica l’inizio di una vita indegna (unwürdiges Leben) per qualità. Sembra qui emergere un concetto delineato già dalla legislazione nazionalsocialista nell’anno 1939. Ai tempi di Hitler, era il potere a stabilire quali vite indegne sopprimere. Oggi tocca all’individuo decidere “liberamente” come morire. Nella vicenda di Eluana, infatti, il governo e la Chiesa sono stati presentati come “agenzie” ostili al libero arbitrio.
    Nella promozione del diritto alla morte, è cruciale il ruolo della tedesca Sterbehilfe, che si può rendere con eutanasia, ma, di per sé, vuol dire “aiuto a morire”; c’è l’idea dell’aiutino per morire in pace. Proprio la Bild osserva che il padre ha voluto «far morire in pace la figlia» (in Frieden sterben lassen). Tuttavia, egli ha invitato i politici al capezzale della figlia. In tedesco, capezzale è Krankenbett – il letto del malato. Ma se Eluana era «morta 17 anni fa» non si può considerarla malata; dunque, non sembra coerente l’uso di capezzale. L’aggettivo malato viene infatti dal latino male habitum, che designa un individuo “in cattivo stato” di salute; la forma si abbreviò in malatto e poi in malato per analogia con i participi in -ato. Se Eluana conduceva una «vita vegetativa» non era «malata», ma neppure può essere «morta in pace». Né si può dire che vivesse soffrendo. L’augurio è che ora riposi in pace.
    *professore di Linguistica
    all’Università Cattolica di Milano

    Infine segnalo:

    http://www.tempi.it/il-foglietto/005438-siamo-sicuri-che-sia-stato-il-governo-violare-la-costituzione-e-forzare-la-separ

    http://www.tempi.it/editoriale/005435-una-donna-morta-di-una-morte-atroce-e-dov-l-indignazione-di-scribi-e-farisei

    http://www.tempi.it/evidenza/003881-eluana-non-si-uccidono-cos-neanche-i-cavalli

    Ciao Eluana

    Signore...quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?

    http://www.loccidentale.it/trackback/66072

    UN PROTOCOLLO!

    Un protocollo!
    Vi rendete conto???
    hanno creato un protocollo medico per uccidere un paziente!!!
    ...anche i nazisti avevano la loro procedura specifica per la loro "soluzione finale"! ecco...l'analogia è completa!

    ...e non mi si dica che c'è una sentenza: anche le leggi razziali erano leggi dello Stato: esistono una giustizia e una morale che valgono anche quando sono illegali!

    ...non scrivo più, è meglio...la rabbia prende il sopravvento.
    Vi propongo solo di pregare e digiunare per Eluana.
    e se potete, fate sentire la vostra voce, presso la clinica di Udine e il Comune.
    segreteria@laquieteudine.it
    urp@comune.udine.it



    Staminali, aborto e... ma perchè ancora in politica???

    Vi rimando al blog di Ettore per continuare a parlare di Obama e del programma sulla cui base (ma spero di no) è stato votato.

    A proposito di Eluana...

    I familiari di Salvatore Crisafulli, in stato vegetativo post traumatico dal 2003 a causa di un incidente automobilistico, lanciano un sondaggio rivolto a gravi e gravissimi: oltre il 99% rifiuta la decisione presa dalla famiglia Englaro sulla propria pelle
    ROMA - La storia di Salvatore Crisafulli la si conosce. Nel 2003, a causa di un incidente d'auto, resta in uno stato vegetativo post traumatico, ma non smette di far sentire la sua voce. Nel maggio del 2005, infatti, Salvatore Crisafulli viene ricoverato all'ospedale San Donato di Arezzo, dove inizia una vera cura riabilitativa: oltre due mesi di terapia intensiva e l'uscita dal coma. Dimesso poco dopo e dichiarato cosciente e in grado di capire, a Salvatore Crisafulli viene anche prescritto un comunicatore a scansione.
    Da qui la sua voce, che oggi è testimonianza. L'ultima è quella di promuovere - come ha fatto in questi ultimi mesi del 2008 - un sondaggio su un campione di circa 953 disabili gravissimi. La questione è semplice: volete essere tenuti in vita come Eluana Englaro? Il 99% ha risposto di sì e solo uno sparuto 1% sarebbe favorevole a forme di testamento biologico.
    Il 99% che ha risposto sì, si legge sul comunicato diramato dalla famiglia di Salvatore Crisafulli e acquisibile online sul sito www.salvatorecrisafulli.it - "vive una situazione simile a quella di Eluana Englaro". Si tratta dunque di persone che "vengono nutrite attraverso un tubo Sng o Peg ed aiutati dal respiratore". Sono proprio loro a dichiarare che "vogliono essere tenuti in vita" e - secondo i promotori dell'iniziativa - "è questo il clamoroso risultato che emerge da un sondaggio condotto dai familiari di Salvatore Crisafulli, risvegliatosi dallo stato vegetativo dopo due anni, su un campione di 953 disabili gravissimi e le rispettive famiglie. Solo l '1% invece direbbe sì ad un testamento biologico"
    La famiglia Crisafulli precisa che il sondaggio ha riguardato solo persone affette da questa gravissima forma di disabilità e delle rispettive famiglie: stato vegetativo, minima risposta, sindrome Locked.in e Sla. La famiglia Crisafulli ha inoltre precisato che qualsiasi altro test promosso dagli organi di stampa "è eseguito su persone sane", "che non vivono davvero l'esperienza di una vita condizionata dall'infermità". "Pertanto" si legge nella nota "gli italiani interpellati non sono in grado di rispondere a questa domanda, in quanto sicuramente hanno tanta, ma tanta paura: paura del dolore, paura della solitudine, dell'abbandono, della sofferenza, dell'invalidità del corpo, della fine dell'amore, ed infine sopraggiunge una grande disperazione".

    L'ho detto anch'io (Tedh)

     

    Citazione

    i tagli Gelmini salvano l'università di Siena
    20 Novembre 2008

     

    Perché il caso dell’università di Siena può diventare emblematico dello stato dell’università italiana? E perché potrebbe indicare la strada di come trasformarla, evitando sprechi, rendendola competitiva, mettendo finalmente al centro l’interesse della comunità e degli studenti?

    La risposta è semplice. Lo stato comatoso dell’università di Siena rimanda a responsabilità diffuse che si sono stratificate nel tempo. Non consente, dunque, discorsi ideologici né tanto meno la possibilità di scaricare le colpe su Mussi o sulla Gelmini. E neppure, per intero, su questo o su quel rettore. I fatti possono essere ricostruiti come una favola della quale non sappiamo ancora se vi sarà un lieto fine.

    C’era una volta una università, antica, nobile e prosperosa: una delle più ricche del reame, invidiata da tutte anche per il contesto di storia e bellezze artistiche che le faceva da cornice.

    Un brutto giorno, all’improvviso, la bella università scopre di essere gravemente malata di un male che le era lentamente e silenziosamente penetrato nelle ossa senza che nessuno se ne accorgesse. Cos’era accaduto? Nel corso degli anni vi era stata una sottostima dei residui passivi, che unita alla sovrastima delle entrate realmente esigibili ha determinato un disavanzo insopportabile.

    In sintesi: a fronte di entrate sovrastimate e spese sottostimate, per fronteggiare le uscite correnti e i bisogni di cassa, si è scoperto che erano stati ritardati i versamenti all'Inpdap per un importo di 99 milioni di euro nonché un pagamento dovuto all'Irap per un importo di 27 milioni di euro (comprensivi delle relative sanzioni). E’ previsto, inoltre, uno scoperto di conto corrente di 44 milioni di euro al 31 dicembre 2008 e disavanzi di varia natura dovuti alle eccessive spese. Sicché il totale dei debiti ammonta a oltre 170 milioni di euro.

    La maggior parte del disavanzo si era consolidato nelle passate gestioni; una parte più contenuta in quella attuale. Ma di fronte a una così invasiva malattia, quel che c’è da chiedersi è: chi sapeva? Perché si è taciuto? Chi ha certificato bilanci falsi? Ed è stato moralmente commendevole che si sia continuato a richiedere sovvenzioni, pubbliche e private, con il fine di coprire e aumentare lo stato di dissesto?

    Se a queste domande s’intende fornire risposte serie, senza scaricare la croce sul primo che capita, è necessario attendere tutti gli approfondimenti del caso da parte dell’autorità competente. La parte della storia che, invece, può già essere raccontata è quella che ci dice come ha reagito la bella università una volta che, guardandosi allo specchio, si è vista improvvisamente brutta, piena di rughe, non più appetibile.

    Ha ricercato nella lotta agli sperperi, in una ritrovata efficienza, nell’abolizione di inutili privilegi l’elisir dell’eterna giovinezza. In pochi giorni ha trovato il coraggio di fare ciò che altrove, per evitarlo, si convocano assemblee permanenti, si fanno occupazioni, si raccontano bugie agli studenti. La ricetta può essere così sintetizzata:

    - Per adeguare l’organico alle effettive esigenze dell’ateneo, nel 2009 niente procedure concorsuali per professori di prima e seconda fascia, collocazione a riposo del personale tecnico-amministrativo al raggiungimento dei 40 anni di contribuzione, e tassativa esclusione della possibilità di mantenere in servizio oltre i limiti di età sia il personale docente che quello tecnico-amministrativo.

    - Per concentrare le risorse laddove vi è massa critica didattica e scientifica, delle cinque sedi distaccate resteranno aperte solo Arezzo e Grosseto, mentre verranno chiuse Colle Val d'Elsa, San Giovanni Valdarno e Follonica.

    - I corsi di studio passeranno dagli attuali 119 a 88. Molte lauree inutili, anzi dannosi specchietti per le allodole a beneficio di studenti condannati alla disoccupazione, verranno soppresse. In particolare, le lauree triennali passeranno da 62 a 44; le lauree magistrali da 57 a 44. E ciò consentirà un’ottimizzazione di tutti gli spazi attualmente in locazione.

    - Per privilegiare la scientificità e la interdisciplinarietà delle aggregazioni di ricerca in luogo dell’esistenza di piccole oasi di potere, i dipartimenti verranno aggregati in modo da non superare il numero massimo di 25, attualmente sono 47.

    - Dei master e dei corsi di perfezionamento resteranno in piedi solo quelli in grado di autofinanziarsi e, per questo, appetibili sul mercato anche in relazione ai possibili sbocchi lavorativi.

    - Sono stati previsti, infine, nuovi e più agili meccanismi di governance che sfoltiranno comitati e organismi che in questi anni hanno assorbito parte considerevole del tempo dei professori.

    Questa cura consentirà di realizzare risparmi pari a 16,5 milioni nel 2009; 26,5 milioni nel 2010; 32,8 milioni nel 2011; 38,7 milioni nel 2012, portando per allora il bilancio in pareggio. Per risolvere il problema del disavanzo pregresso di circa 170 milioni di euro, il consiglio di amministrazione dell'università ha invece conferito l'incarico ad una società immobiliare di procedere alla valorizzazione, e quindi alla possibile vendita, dei beni immobiliari non strumentali e di alcuni strumentali, e inoltre di proporre operazioni straordinarie che consentano la migliore valorizzazione del patrimonio immobiliare stesso.

    Ogni favola che si rispetti ha una morale. Quella dell’università di Siena ne ha addirittura due: una di carattere più limitato e congiunturale; l’altra dal significato più generale.

    La prima rimanda alla circostanza per la quale, purtroppo, la bella università si è ammalata in un periodo di grave crisi finanziaria, sicché trovare chi anticipi i soldi per la cura è cosa più difficile che in passato. Bisogna, per questo, stare attenti che nessuno ne approfitti cercando di barattare l’aiuto nel momento del bisogno per il potere di controllare permanentemente ciò che non potrà mai fare a meno della libertà. Chi vuole bene all’università di Siena, dunque, deve accertarsi che la cura sia efficace e poi fare tutto il possibile per trovare i modi migliori affinché essa sia posta in atto.

    La seconda morale fuoriesce dalle mura della città medievale per investire l’intero Paese. Siena spiega perché tagliare le spese dell’università non solo è possibile ma è doveroso. Solo se si riuscirà a cancellare sperperi, rendite di posizione, privilegi sarà possibile rimettere al centro l’interesse del Paese e delle sue generazioni più giovani. E solo se questo accadrà la nostra università potrà guarire, per tornare bella e ammirata in tutto il mondo com’era un tempo.

     

    Post antipatico, impopolare e politically uncorrect...forse etically very correct?

    ...c'è una cosa che mi frulla in testa da quando è cominciata questa storia di Eluana.  mi scuso anticipatamente perchè spero di sapermi esprimere senza offendere nessuno.

    Visto che tutti si chiedono come mai i cattolici vogliono imporre il loro punto di vista (semplice, perchè credono che si stia compinedo un omicidio), provo a girare la domanda...Come mai i fautori dell'eutanasia vogliono imporre questa cosa a tutti?

    Io ritengo che se vedessi la vita dei miei cari in pericolo - ad esempio sotto la minaccia di un delinquente armato - agirei d'istinto, non aspetterei autorizzazioni statali.

    Perchè il padre di Eluana, la moglie di Welby non hanno agito, rischiando - è vero - conseguenze penali, ma forti delle loro convinzioni? Più che la vita e il rispetto dei loro cari sembra in gioco una battaglia politica ed etica...più che per "liberare" Eluana sembra una battaglia per cambiare la legge statale...e non capisco come in preda al dolore e alla disperazione per una situazione famigliare così tragica questo non passi in secondo piano.

    Io non ucciderei Eluana, se fosse mia figlia. Ma se pensassi che è per il suo bene e ne fossi convinta, lo farei comunque, indipendentemente dalla legge. I valori vengono da dentro e la storia è fatta da uomini coraggiosi...

    Questo non certo per gettare ombre sulla buona fede del Signor Englaro....ma sul ruolo di certe lobby anti-vita sì...forse c'entrano più di quanto pensiamo.

    Tratto dal blog di tedh....LEGGETE!!!!

     

    Citazione

    fondazioni universitarie: la giusta soluzione

    Anche dopo la conversione in legge del "decreto Gelmini", i temi riguardanti la scuola rimangono in primo piano. In attesa di vedere i prossimi passi che compierà il governo sull'argomento, è opportuno dare un'occhiata a quanto invece è già stato fatto. Le novità più interessanti sono probabilmente contenute nella legge n. 133 del 6 agosto 2008. Senza nulla togliere all'importanza di provvedimenti che riguardano il tempo pieno, il voto di condotta e il maestro unico, questo testo che è già divenuto legge dello Stato da alcuni mesi rende possibile la trasformazioni delle nostre università in fondazioni.

    In realtà, tale legge viene sempre ricordata in questi giorni per i tagli che impone ai nostri atenei. L'articolo 66 stabilisce infatti che per gli anni a venire e fino al 2013 vi sarà una riduzione progressiva del fondo di finanziamento ordinario delle università. Ma siamo così sicuri che oggi alle nostre università vengano destinati minor fondi rispetto agli atenei degli altri Paesi?

    Roberto Perotti, nel suo recente "L'università truccata", riporta i dati divulgati dall'Ocse. Per il 2004, la classifica della spesa per studente ci ha visto dietro il Portogallo e appena più avanti dell'Ungheria, della Corea e della Repubblica Ceca. Una posizione non certo di vertice. Ma, analizzando meglio il dato, si scopre che la cifra dalla quale si è partiti per formulare tale classifica si riferisce per tutti i Paesi, eccetto che per l'Italia, alla spesa per studente "equivalente a tempo pieno". È ben noto che da noi circa il 50 per cento degli iscritti sono fuori corso e il 20 per cento non ha superato un esame. Perotti allora, rimodulando il dato per l'Italia, mostra come, alla luce delle peculiarità del nostro sistema, la spesa per studente equivalente a tempo pieno sia la quarta per consistenza, inferiore solamente a quella fornita da Usa, Svizzera e Svezia.

    Però, se fino ad oggi gli stanziamenti potevano definirsi adeguati, dal 2009 e fino al 2013 le risorse saranno destinate a calare. Sul problema dei finanziamenti si può intervenire in due modi. Da una parte abbiamo visto come negli ultimi anni siano esplosi sia il numero dei corsi che degli atenei. Una razionalizzazione ed un contenimento di questo fenomeno non potrà che dare benefici ai conti pubblici. Dall'altra l'articolo 16 della legge 133 del 2008 offre la possibilità agli atenei di diventare fondazioni, aprendosi così ai contributi e alle erogazioni liberali dei privati.

    Dal sito Cercauniversità del Ministero dell'istruzione, università e ricerca (Miur) si è appreso come, tra il 2000 e il 2007, i corsi di laurea siano aumentati da 2444 a 5517. Una prima domanda potrebbe allora essere: siamo veramente sicuri dell'indispensabilità di un corso di laurea in "Scienza dell'allevamento, dell'igiene e del benessere del cane e del gatto"? Inoltre, è cresciuto nel tempo il numero delle università. Le sedi distaccate hanno raggiunto un numero assai elevato di Comuni, con il paradosso di trovare nella sede distaccata di Tempio Pausania 5 studenti iscritti o di averne 8 in quella di Colle Val d'Elsa. Insomma, volendo, per risparmiare soldi si potrebbe tagliare cominciando proprio da qui.

    Molto importante è la norma che consente il passaggio facoltativo ad una gestione privatistica degli atenei. Una deliberazione a maggioranza assoluta del Senato accademico potrebbe aprire la strada a questa eventualità, permettendo alle fondazioni di rilevare il patrimonio dell'università, ricevere finanziamenti esterni esenti da tasse e imposte indirette (e interamente deducibili dal reddito di chi eroga il contributo), vedere l'ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti pubblici o privati, godere di autonomia gestionale, organizzativa e contabile. In realtà, la norma così come è stata approvata, presenta molti tratti di genericità e lacunosità da rendere assai difficile la sua applicazione.

    Proprio sul sistema dei finanziamenti si presentano alcune criticità. Non è affatto specificato come si realizzerà l'equilibrio fra le due fonti di finanziamento: quella pubblica e quella privata. In un primo tempo si sostiene la perpetuazione dell'erogazione pubblica di risorse, mentre in un secondo tempo viene affermato che gli stanziamenti dello Stato terranno in considerazione, a fini perequativi, i fondi privati ricevuti dalla fondazione. Nell'incertezza della norma sembra di capire che, chi meno riuscirà a reperire nel settore privato, più avrà dal pubblico. Sicuramente non un incentivo a comportamenti "indipendenti" rispetto al finanziamento statale, bensì un disincentivo a reperire fondi "sul mercato".

    Comunque, la motivazione di base rimane valida. Come nella maggior parte dei Paesi europei ed Ocse, anche in Italia occorre avviare riforme tendenti a prevedere la partecipazione di privati, imprese ed enti locali nell'offerta di istruzione. In generale, nei Paesi più industrializzati le università vengono finanziate con sistemi che contemplano, a fianco dell'intervento pubblico, un importante intervento privato. Negli Stati Uniti, in Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Australia, ovvero in Paesi in cui i sistemi universitari sono particolarmente avanzati, l'intervento privato è maggiore di quello pubblico.

    Ma l'apertura a capitali privati può portare di per sé a un miglioramento dell'istruzione terziaria in Italia? Più che legati alla insufficienza di risorse – che come abbiamo visto rappresenta un falso mito – l'arretramento del nostro sistema universitario è dovuto a regole che lo hanno penalizzato. Ad esempio, allo stato attuale la qualità dell'insegnamento non è incentivata dalle vigenti procedure che determinano il livello retributivo dei docenti. Se lo stipendio di un professore è solamente legato all'anzianità di servizio, ciò non stimola la voglia del docente di eccellere. E questo fenomeno, oltre a ripercuotersi negativamente sulla qualità dell'insegnamento può avere conseguenze anche sulle capacità della futura fondazione universitaria di attirare risorse private. Infatti, la rimozione di regole rigide e centralistiche attraverso la concessione di maggiori spazi di autonomia per gli atenei può ingenerare processi competitivi e una maggior facilità dei capitali privati a dirigersi dove esistono situazioni di eccellenza.

    Le creazione delle fondazioni universitarie deve allora essere la premessa perché esse possano darsi regole di comportamento e modalità di organizzazione autonome, potendo in tal modo avere libertà di reclutamento nella scelta del personale docente, fissare il livello di tasse universitarie che gli studenti devono pagare oppure definire i percorsi didattici con maggiore flessibilità. Sicuramente un sistema basato sulle fondazioni universitarie non è compatibile con la peculiarità tutta italiana dei concorsi nazionali.

    È evidente come lo spostamento di denaro dai privati alle università avverrà solamente con la responsabilizzazione degli atenei nell'uso dei fondi ricevuti. Bisogna pertanto convincersi che l'apertura al finanziamento dei privati e all'autonomia gestionale degli atenei sono tappe obbligatorie per vedere finalmente le nostre università primeggiare nelle classifiche che premiano la loro qualità.