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日志


Vuoi telefonare a Dio?

Controlla che il prefisso sia giusto.
-Non comporre il numero senza pensarci bene per non fare una telefonata a vuoto.
-Non irritarti quando senti il segnale di «occupato ». Attendi e riprova.
-Sei certo di avere composto il numero giusto?
-Ricorda che una conversazione telefonica con Dio non è un monologo.
-Non parlare continuamente tu, ma ascolta che cosa ha da dirti Lui.
-Se la comunicazione si interrompe, verifica se sei stato tu ad aver interrotto il collegamento.
-Non abituarti a chiamare Dio unicamente in casi di emergenza, scegliendo solo il numero di pronto intervento.
-Non telefonare a Dio solo alle ore della « tariffa ridotta », ossia prevalentemente di domenica.
-Anche nei giorni feriali dovrebbe esserti possibile una breve chiamata ad intervalli regolari.
-Ricordati che le telefonate con Dio sono senza scatti.
-Non dimenticarti di richiamare Dio che ti lascia incessantemente messaggi sulla tua segreteria telefonica.
N.B.: Se nonostante l’osservazione di queste norme, la comunicazione risulta difficile, rivolgiti con fiducia allo Spirito Santo:
Egli riattiverà la linea.
Se il tuo apparecchio non funziona per niente, portalo al seminario di riparazione che si chiama anche il sacramento del perdono.
Qualsiasi apparecchio è garantito a vita e sarà rimesso a nuovo da un trattamento gratuito.

Mese mariano

 

Buona Pasqua

Signore, tu stai alla porta e bussi: fa’ che ti apriamo quando ascoltiamo la tua voce, ma se anche le nostre porte restano chiuse, tu vinci il timore ed entra lo stesso, perché dalla tua Resurrezione abbiamo la pienezza della vita e la tua pace.

Signore, tu conosci più di noi il nostro cuore e tu sai che nel profondo non cerca e non desidera se non Te. Rendici capaci di rispondere alla tua chiamata e di lasciarci condurre dove tu vuoi, perché in noi si compia il tuo disegno d’amore e di predilezione.

Signore Gesù, Buon Pastore, insegnaci ad ascoltare la tua voce, a riconoscerla fra mille altre voci che promettono e non mantengono, e a seguire in Te la via della Verità e della Vita che ci porta al Padre.

Padre, che nella Passione e Resurrezione del tuo Figlio, hai mostrato agli uomini il tuo amore, fa’ che alla scuola della sua carità impariamo a farti dono della nostra vita, perché noi crediamo e il mondo creda che tu lo hai mandato a salvarci.

Fa’, o Signore, che per la luce del tuo Spirito, ti riconosciamo presente in noi e la tua Parola metta radici e porti frutto nella vita di ogni giorno.

Padre, che da sempre ci chiami alla comunione con te, rivela a noi la via sulla quale, dietro al Cristo, tuo Figlio, possiamo tornare a te con fiducia e cuore di figli.

Signore, che ha promesso di non lasciarci soli, manda a noi il tuo Spirito, perché ci guidi alla Verità tutta intera e alla conoscenza del dono inestimabile della tua chiamata e della tua amicizia.

 

pasqua

la preghiera

Pregare da soli è bene, ancor più bello e proficuo è pregare insieme
Il Papa, nel Messaggio ai giovani per la 24ª Giornata Mondiale della Gioventù che verrà celebrata il 5 aprile in ogni diocesi del mondo, invita i giovani a pregare, da soli e insieme. La preghiera è infatti un luogo privilegiato dell’incontro con Gesù e la sua presenza è la nostra speranza.
Pochi giorni fa Luigi mi ha chiesto, attraverso un SMS, di pregare per lui: a breve verrà processato per un reato commesso alcuni anni fa; ci eravamo parlati di persona e non aveva avuto il coraggio di chiedermelo. Anche una coppia di miei amici mi hanno chiesto una preghiera: stanno per andare in Russia per adottare un bambino e sono molto agitati. Recentemente ho scoperto che in una diocesi un gruppo di mamme si ritrovano mensilmente insieme a pregare per i propri figli.
Una giovane mi ha confidato che quotidianamente prega per la fede del proprio papà. Pochi giorni fa, casualmente, sono venuto a scoprire che un ragazzo avviato al sacerdozio è stato salvato da una vita dissoluta anche grazie alla preghiera intensa di un amico che ha digiunato per lui a pane e acqua per un mese!
Ho notato che nessuno, nemmeno un mio collega insegnante di filosofia agnostico, rifiuta una preghiera.
Pregare insieme non è facile, non so perché; per noi preti è più semplice, forse la gente se lo aspetta; in genere, dopo aver ascoltato i problemi di qualcuno, gli propongo di dire insieme una preghiera; l’ho imparato da un confessore che una volta lo ha fatto con me. Talvolta mi capita, con alcuni giovani, di recitare insieme una preghiera, al telefono. Ad alcune coppie che mi chiedono di celebrare la S. Messa per il loro matrimonio chiedo un piccolo grande impegno: tutte le sere della vostra vita, sotto le coperte, prima di addormentarvi, prendetevi per mano e recitate un Padre Nostro per voi e per i vostri eventuali futuri figli.
Grazie sorelle e fratelli monaci ed eremiti che nel nascondimento pregate per l’umanità intera.
Nelle mie riflessioni sui giovani, spesso mi ritrovo a desiderare un mondo senza droga, alcool, pornografia, prostituzione, senza mafia, senza razzismi e provo una sorta di impotenza. Mi consola pensare all’impotenza degli apostoli che non riuscirono a guarire un giovane epilettico ed a Gesù che disse loro che certi demoni si sconfiggono solo con la preghiera ed il digiuno.
La preghiera è la prima cosa che i giovani credenti possono offrire al mondo: una potenza invisibile. 

Don Nicolò Anselmi

dalla Liturgia di domenica 8

In questa serata continuo a pensare a quella ragazza che sta morendo.
Non so più che dire, ho scritto e detto tanto... forse l'unica cosa che non ho fatto è rispondere alle mille frasi di chi dice che nessuno pretendere di possedere la Verità.
Se l'anima dei credenti non si arrende, se in molti stanno pregando per salvare la vita ad Eluana non è per arroganza.
Se non credessi vera la mia verità non sarebbe la mia, ma prenderei la vostra.
Vivo in questa verità perché per me è la Verità, che risponde alle mie domande, che nutre il mio cuore, che consola le mie sofferenze.
Questa è una Verità che non si possiede, ma ti possiede - e non posso non rispettarla in ciò che penso, dico e faccio.
E se a qualcuno sembra che non mi stia facendo gli affari miei, cercate di comprendere che nel mio sentire sta accadendo un omicidio. Che trovo mio dovere combattere contro questo atto esattamente come combatto e mi impegno contro le ingiustizie del mondo, le violenze di ogni tipo (eppure anch'esse spesso giustificate da credenze, costumi e valori diversi dal mio, che potrebbero avere altrettanta cittadinanza del mio).
Combattete contro le mutilazioni genitali? Combattete contro la violenza sulle donne? Combattete contro lo sfruttamento dei minori? Eppure per ognuno di questi casi potete trovare tradizioni millenarie e giustificazioni morali che in un altro luogo da qui danno una giustificazione...
Ecco.
Per me l'eutanasia è omicidio - una barbarie che ferisce tutti - e l'accanimento terapeutico - che disapprovo - non comprende l'alimentazione.
Perché credo nel mio Dio, e amo la mia Chiesa e i suoi insegnamenti.
E sono anche un po' stufa di doverlo spiegare più di quanto chiunque altro non debba spiegare il suo credo interiore.

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Salmo: Risanaci, Signore, Dio della vita....
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Vangelo  Mc 1,29-39
Guarì molti che erano affetti da varie malattie.
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Dove abita Dio…

Un giorno un maestro domandò ai suoi scolari:
"Secondo voi, dove abita Dio?".
Gli scolari pensarono:
"Ma che domanda semplice, che domanda facile!".  
E subito risposero:
"Signor maestro, Dio abita dappertutto!".
"Eh, no, disse il maestro:
Dio abita dove lo si lascia entrare!".

Se non si spalanca la porta del cuore,
Dio resta fuori in attesa, come un innamorato respinto.   
Lo ha detto lui stesso: "lo sto alla porta e busso ...
Se qualcuno mi apre la porta, verrò da lui e cenerò con lui" (Ap 3,20).

 

tratto da:

http://www.pensieridelgufo.it/Eilgufodisse231.htm

Tenerezza...

Durante queste feste ho visto tanti presepi, ed ho sentito tante volte il sacerdote ricordare alla messa la meraviglia e lo stupore per un Dio che si fa uomo.

Finchè un giorno ho pensato che non è soltanto così...il nostro Dio non si è fatto soltanto uomo, si è fatto BAMBINO. Non quei bambini biondi e cicciotti che vediamo tra le statuine del presepe, che sembra che abbiano due o tre anni. No!

Gesù si è fatto neonato, piccolo, piccolissimo, indifeso...forse anche un po' bruttino come i bimbi appena nati.

Se vogliamo pensare a Gesù che nasce, dobbiamo pensare alla tenerezza infinita che ci fa provare un esserino appena nato, così piccolo...così incredibilmente vivo!

E...per favore, pensate anche che pochissimo tempo prima era stato anche...così...

Tratto dal blog di Latinitatis Defensor :-)

 

Citazione

"Venga meno l'atteggiamento di sufficienza":

così è l'intero passato a essere disprezzato!



"C'è bisogno come minimo di una nuova consapevolezza liturgica che sottragga spazio alla tendenza a operare sulla liturgia come se fosse un oggetto della nostra abilità manipolatoria. Siamo giunti al punto che dei gruppi liturgici imbastiscono da sé stessi la liturgia domenicale. Il risultato è certamente il frutto dell'inventiva di un pugno di persone abili e capaci.

Ma in questo modo viene meno il luogo in cui mi si fa incontro il totalmente Altro, in cui il sacro ci offre se stesso in dono; ciò in cui mi imbatto è solo l'abilità di un pugno di persone. E allora ci si accorge che non è quello che si sta cercando. È troppo poco, e insieme di qualcosa di diverso. La cosa più importante oggi è riacquistare il rispetto della liturgia e la consapevolezza della sua non manipolabilità. Reimparare a riconoscerla nel suo essere una creatura vivente che cresce e che ci è stata donata, per il cui tramite noi prendiamo parte alla liturgia celeste.

Rinunciare a cercare in essa al propria autorealizzazione, per vedervi invece un dono. Questa, credo, è la prima cosa: sconfiggere la tentazione di un fare dispotico, che concepisce la liturgia come oggetto di proprietà dell'uomo, e risvegliare il senso interiore del sacro. Il secondo passo consisterà nel valutare dove sono stati apportati tagli troppo drastici, per ripristinare in modo chiaro e organico le connessioni con la storia passata. Io stesso ho parlato in questo senso di "riforma della riforma". Ma, a mio avviso, tutto ciò deve essere preceduto da un processo educativo che argini la tendenza a mortificare la liturgia con invenzioni personali.

Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l'atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all'indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente di questo genere; così è l'intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, a essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all'interno della Chiesa.

Oggi il latino nella Messa ci pare quasi un peccato. Ma così ci si preclude anche la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Ad Avignone, ad esempio, il parroco del Duomo mi ha raccontato che una domenica si sono improvvisamente presentati tre diversi gruppi, ognuno dei quali parlava una lingua diversa, e tutti e tre desiderosi di celebrare la Messa. Propose quindi di recitare il Canone tutti insieme in latino, così avrebbero potuto concelebrare tutti quanti. Ma tutti hanno respinto bruscamente questa proposta: no, ognuno doveva trovarci qualcosa di proprio. O pensiamo anche a località turistiche: dove sarebbe bello potersi riconoscere tutti in qualcosa di comune.

Dovremmo quindi tenere presente anche questo. Se nemmeno nelle grandi liturgie romane si può cantare il "Kyrie" o il "Sanctus", se nessuno sa più nemmeno cosa significhi il "Gloria", allora si è verificato un depauperamento culturale e il venire meno di elementi comuni. Da questo punto di vista direi che il servizio della parola dovrebbe essere tenuto in ogni caso nella lingua madre, ma ci dovrebbe anche essere una parte recitata in latino che garantisca la possibilità di ritrovarci in qualcosa che ci unisce".

Joseph Ratzinger


Tratto da Joseph Ratzinger, "Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio", Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo 2001, pp. 379-381

Signore perdona loro...

...perchè non sanno quello che fanno.

Grazie a Kekko...

Tratto dal Blog di Kekko, una bellissima testimonianza di santità, da quella santa bambina che mi ha rapito il cuore a Lourdes.

Sapete cosa aveva al collo Bernadette il giorno dell’apparizione? La Medaglia Miracolosa di Santa Caterina Labouré, che nel 1830 vide la Madonna a Parigi… in Rue du Bac… dove ho pregato pochi giorni fa…

182

 

IL TESTAMENTO DI BERNADETTE

Per la miseria di mamma e papà, per la rovina del mulino, per quel pancone di malaugurio, per il vino della stanchezza, per le pecore rognose: grazie, mio Dio. Bocca di troppo da sfamare che ero: per i bambini accuditi per le pecore custodite! Grazie, o mio Dio, per il Procuratore, per il Commissario, per i Gendarmi, per le dure parole di don Peyramale. Per i giorni in cui siete venuta, Vergine Maria, per quelli in cui non siete venuta, non vi saprò rendere grazie altro che in Paradiso. Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi, per coloro che mi hanno presa per bugiarda, per coloro che mi hanno presa per interessata, grazie, Madonna.

Per l’ortografia che non ho mai saputa, la memoria che non ho mai avuta, per la mia ignoranza e la stupidità; grazie.

Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra una bambina più ignorante e più stupida, avreste scelto quella…

Per mia madre morta lontano, per la pena che ebbi quando mio padre, invece di tendere le sue braccia alla sua piccola Bernadette, mi chiamò "Suor Marie Bernarde", grazie Gesù.

Grazie per aver abbeverato di amarezze questo cuore troppo tenero che mi avete dato.

Per mia madre Giuseppina, che mi ha proclamato buona a nulla, grazie. Per i sarcasmi della Madre maestra, la sua voce dura, le ingiustizie, le sue ironie, e per il pane dell’umiliazione, grazie.

Grazie per essere stata quella a cui Maria Teresa poteva dire: "non ne combinate mai abbastanza".

Grazie per essere stata quella privilegiata dei rimproveri, di cui le mie sorelle dicevano: "Che fortuna non essere Bernadette!".

Grazie di essere stata Bernadette, minacciata di prigione perché Vi avevo vista, Vergine Santa; guardata dalla gente come una bestia rara; quella Bernadette così meschina che a vederla si diceva: "Non è che questo?".

Per questo corpo miserando che mi avete dato, questa malattia di fuoco e di fumo, per le mie carni in putrefazione, per le mie ossa cariate, per i miei sudori, per la mia febbre, per i miei dolori sordi e acuti, grazie, o mio Dio.

E per quest’anima che mi avete dato, per il deserto dell’aridità interiore, per la Vostra notte e i Vostri baleni, per i Vostri silenzi e i Vostri fulmini, per tutto, per Voi, assente o presente, grazie, Gesù.

Dalla veglia di stasera

Non dire Padre,
se ogni giorno non ti comporti da figlio.

Non dire nostro,
se vivi isolato nel tuo egoismo.

Non dire che sei nei cieli,
se pensi solo alle cose terrene.

Non dire sia santificato il tuo nome,
se non lo onori.

Non dire venga il tuo regno,
se lo confondi con il successo materiale.

Non dire sia fatta la tua volontà,
se non l’accetti quando è dolorosa.

Non dire dacci oggi il nostro pane quotidiano,
se non ti preoccupi della gente che ha fame,
che è senza cultura e senza mezzi per vivere.

Non dire perdona i nostri debiti,
se conservi un rancore verso tuo fratello.

Non dire non lasciarci cadere nella tentazione,
se hai intenzione di continuare a peccare.

Non dire liberaci dal male,
se non prendi posizione contro il male.

Non dire Amen,
se non prendi sul serio le parole del Padre Nostro.

da BASTABUGIE

Se continuo ad interessarmene così tanto dovrò aggiungere la categoria Liturgia!!! :-)

Vi segnalo - a proposito sempre di liturgia anche questo interessante post di Andrea.

 

da BASTABUGIE N. 47

L'OSSERVATORE ROMANO: IL SACERDOTE E LA CELEBRAZIONE DELLA MESSA

di mons. Nicola Bux

Il sacerdote, per celebrare con arte il servizio liturgico, non deve ricorrere ad accorgimenti mondani ma concentrarsi sulla verità dell'eucaristia. L'Ordinamento generale del messale romano stabilisce: "Anche il presbitero...quando celebra l'eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e, nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo". Il prete non escogita nulla, ma col suo servizio deve rendere al meglio agli occhi e agli orecchi, ma anche al tatto, al gusto e all'olfatto dei fedeli, il sacrificio e rendimento di grazie di Cristo e della Chiesa, al cui mistero tremendo possono avvicinarsi quanti si sono purificati dai peccati. Come possiamo avvicinarci a lui se non abbiamo il sentimento di Giovanni il precursore: "è necessario che egli cresca e io diminuisca"(Gv 3, 20)? Se vogliamo che il Signore cammini con noi, dobbiamo recuperare questa consapevolezza, altrimenti priviamo dell'efficacia il nostro atto devoto: l'effetto dipende dalla nostra fede e dal nostro amore.

NON È IL SACERDOTE PADRONE DEI MISTERI

Il sacerdote è ministro, non padrone, amministratore dei misteri: li serve e non se ne serve per proiettare le proprie idee teologiche o politiche e la propria immagine, al punto che i fedeli si fermerebbero a lui invece che guardare a Cristo che è significato dall'altare e presente sull'altare, e in alto sulla croce. Come ha ammonito recentemente il Santo Padre, la cultura dell'immagine in senso mondano segna e condiziona anche i fedeli e i pastori; la televisione italiana, a commento del discorso inquadrava una concelebrazione nella quale alcuni sacerdoti parlavano al telefonino. Dal modo di celebrare la messa si possono dedurre molte cose: la sede del celebrante in molti luoghi ha decentrato croce e tabernacolo occupando il centro della chiesa, talvolta sovrastando per importanza l'altare, finendo per assomigliare ad una cattedra episcopale che nelle chiese orientali sta fuori dell'iconostasi, ad un lato ben visibile. Era così anche da noi prima della riforma liturgica.

L'ars celebrandi consiste nel servire con amore e timore il Signore: per ciò si esprime con baci alla mensa e ai libri liturgici, inchini e genuflessioni, segni di croce e incensazioni di persone e oggetti, gesti di offerta e di supplica, ostensioni dell'evangelario e della santa eucaristia.

Ora, tale servizio e stile del prete celebrante o, come si ama dire, del presidente dell'assemblea - termine che porta a fraintendere la liturgia come un atto democratico - si vede dal suo prepararsi alla vestizione in sacristia nel silenzio e raccoglimento per l'atto grande che si appresta a fare; dall'incedere all'altare, che deve essere umile, non ostentato, senza indulgere nello sguardo a destra e a manca, quasi a cercare l'applauso. Infatti, il primo atto è l'inchino o la genuflessione davanti alla croce e al tabernacolo, in sintesi la presenza divina, seguito dal bacio riverente dell'altare ed eventualmente dall'incensazione; il secondo atto è il segno di croce e il saluto sobrio ai fedeli; il terzo è l'atto penitenziale, da compiere profondamente e con gli occhi bassi, mentre i fedeli potrebbero inginocchiarsi, come nell'antico rito, - perché no? - imitando il pubblicano gradito al Signore. Le letture saranno proclamate come parola non nostra, perciò con tono chiaro e umile. Come il sacerdote inchinato chiede di purificare le labbra e il cuore per annunziare degnamente il vangelo, perché non potrebbero farlo i lettori, se non visibilmente come nel rito ambrosiano, almeno in cuor loro? Non si alzerà la voce come in piazza e si manterrà un tono chiaro per l'omelia ma sommesso e supplice per le preghiere, solenne se in canto. Il sacerdote si appresterà inchinato a celebrare l'anafora ancora "in spirito di umiltà e con animo contrito".

LO STUPORE EUCARISTICO

Toccherà i santi doni con stupore - lo stupore eucaristico di cui ha parlato spesso Giovanni Paolo II - e con adorazione, e i vasi sacri purificherà con calma e attenzione, secondo il richiamo di tanti padri e santi. Si inchinerà sul pane e sul calice nel dire le parole di Cristo consacrante e nell'invocare lo Spirito Santo alla supplica o epiclesi. Li eleverà separatamente fissando in essi lo sguardo in adorazione e poi abbassandolo in meditazione. Si inginocchierà due volte in adorazione solenne. Continuerà con raccoglimento e tono orante l'anafora fino alla dossologia, elevando i santi doni in offerta al Padre. Reciterà il Padre nostro con le mani alzate e non tenendo per mano altri, perché ciò è proprio del rito della pace; il sacerdote non lascerà il sacramento sull'altare per dare la pace fuori del presbiterio, invece frazionerà l'ostia in modo solenne e visibile, quindi genufletterà davanti all'eucaristia e pregherà in silenzio chiedendo ancora di essere liberato da ogni indegnità per non mangiare e bere la propria condanna e di essere custodito per la vita eterna dal santo corpo e prezioso sangue di Cristo; poi presenterà ai fedeli l'ostia per la comunione, supplicando Domine non sum dignus, e inchinato si comunicherà per primo. Così sarà di esempio ai fedeli.

Dopo la comunione il ringraziamento nel silenzio, meglio che seduti si può fare in piedi in segno di rispetto o inginocchiati, se è possibile, come ha fatto fino all'ultimo Giovanni Paolo II, col capo inchinato e le mani congiunte; al fine di chiedere che il dono ricevuto ci sia rimedio per la vita eterna, come si dice mentre si purificano i vasi sacri. Molti fedeli lo fanno e ci sono di esempio. Il sacerdote, dopo il saluto e la benedizione finale, salendo l'altare per baciarlo, ancora alzi gli occhi alla croce e si inchini o genufletta al tabernacolo. Quindi torni in sacristia, raccolto, senza dissipare con sguardi e parole la grazia del mistero celebrato.

Così i fedeli saranno aiutati a comprendere i santi segni della liturgia, che è una cosa seria, e in cui tutto ha un senso per l'incontro col mistero presente.

Paolo VI, nell'istruzione Eucharisticum mysterium richiama una verità centrale esposta da san Tommaso: "Questo Sacrificio, poi, come la stessa passione di Cristo, sebbene sia offerto per tutti, "non ha effetto se non in coloro che si uniscono alla passione di Cristo con la fede e la carità... Ad essi tuttavia giova più o meno secondo la misura della loro devozione"". La fede è condizione della partecipazione al sacrificio di Cristo con tutto me stesso. In che cosa consiste l'azione dei fedeli, diversamente dal sacerdote che consacra? Essi, memori, rendono grazie, offrono e, convenientemente disposti, si comunicano sacramentalmente. L'espressione più intensa è nella risposta all'invito del sacerdote poco prima dell'anafora: "Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa".

Senza fede e devozione del sacerdote non sussiste l'ars celebrandi e non viene favorita la partecipazione del fedele, innanzitutto la percezione del mistero. Perché il Signore, di noi "conosce la fede e la devozione" (Canone romano) che si esprimono nei sacri gesti, gli inchini, le genuflessioni, le mani giunte, lo stare inginocchiati. La mancanza della devozione nella liturgia, spinge molti fedeli ad abbandonarla e a dedicarsi a forme di pietà secondarie, allargando la divaricazione tra l'una e le altre. Poiché la sacra liturgia è un atto di Cristo e della chiesa, non l'esito della nostra bravura, non prevede il successo a cui applaudire. La liturgia non è nostra ma sua.

LA TRADIZIONE DELLA CHIESA

La congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nell'istruzione Redemptionis sacramentum ricorda al sacerdote la promessa dell'ordinazione, rinnovata di anno in anno nella messa crismale, di celebrare "devotamente e con fede i misteri di Cristo a lode di Dio e santificazione del popolo cristiano, secondo la tradizione della Chiesa" (n. 31).

Egli è chiamato ad agire nella persona di Cristo, deve perciò imitarlo nell'atto sommo della preghiera e dell'offerta, non deve deformare la liturgia in una rappresentazione delle sue idee, cambiare e aggiungere alcunché arbitrariamente: "Troppo grande è il mistero dell'eucaristia perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale" (Ivi, n. 11). La messa non è proprietà del prete o della comunità. L'istruzione declina abbondantemente come va celebrata rettamente la messa cioè l'ars celebrandi: i seminaristi per primi devono apprenderla attentamente affinché possano attuarla da sacerdoti.

Benedetto XVI, nella Sacramentum caritatis dedica attenzione all'ars celebrandi (n. 38-42), intesa come l'arte di celebrare rettamente, e ne fa la condizione della partecipazione attiva dei fedeli: "L'Ars celebrandi scaturisce dall'obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti"(38). In nota 116 la Propositio n. 25 specifica che "un'autentica azione liturgica esprime la sacralità del mistero eucaristico. Questa dovrebbe trasparire nelle parole e nelle azioni del sacerdote celebrante, mentre egli intercede presso Dio Padre sia con i fedeli sia per loro". Poi l'esortazione ricorda che "L'ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l'utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso, come, ad esempio, l'armonia del rito, delle vesti liturgiche, dell'arredo e del luogo sacro" (40). Trattando dell'arte sacra, richiama l'unità tra altare, crocifisso, tabernacolo, ambone e sede (41): attenti alla sequenza che rivela l'ordine d'importanza. Con l'immagine, anche il canto deve servire ad orientare la comprensione e l'incontro col mistero.

Il vescovo e il presbitero, tutto questo sono chiamati a esprimere nella liturgia che è sacra e divina, in modo che manifesti davvero il credo della Chiesa.

mons. Nicola Bux

5 agosto 2008

BEATITUDINI per l'oggi (dal blog di don Dino)

Beati quelli

che sanno ridere di se stessi:

non finiranno mai di divertirsi

Beati quelli

che sanno distinguere

una montagna da un ciottolo:

eviteranno molti fastidi.

Beati quelli

che sanno riposare e dormire

senza trovare scuse:

diventeranno saggi.

Beati quelli

che sanno ascoltare e tacere:

impareranno cose nuove.

Beati quelli

che sono abbastanza intelligenti

per non prendersi sul serio:

saranno apprezzati dai loro vicini.

Beati quelli

che sono attenti alle richieste degli altri

senza sentirsi indispensabili:

saranno dispensatori di gioia.

Beati voi

se saprete guardare le cose piccole

e tranquillamente le cose importanti:

andrete lontano nella vita.

Beati voi

se saprete apprezzare un sorriso

e dimenticare uno sgarbo:

il vostro cammino

sarà pieno di sole.

Beati voi

se saprete interpretare sempre

con benevolenza

gli atteggiamenti degli altri,

anche contro le apparenze:

sarete presi per ingenui

ma questo è un prezzo della carità.

Beati quelli

che pensano prima di agire

e che pregano prima di pensare:

eviteranno tante stupidaggini.

Beati voi

quando non raccoglierete

le ingiurie e neppure le lodi:

i sentieri della luce

si apriranno al vostro sguardo.

Beati soprattutto voi,

se saprete riconoscere il Signore

in tutti coloro che vi incontrano:

avrete trovato la vera gioia

e la vera sapienza.

...salmi!

Signore, ascolta la mia preghiera, +

porgi l'orecchio alla mia supplica,

tu che sei fedele, *

e per la tua giustizia rispondimi.

Non chiamare in giudizio il tuo servo: *

nessun vivente davanti a te è giusto.

Il nemico mi perseguita,

calpesta a terra la mia vita,

mi ha relegato nelle tenebre *

come i morti da gran tempo.

In me languisce il mio spirito, *

si agghiaccia il mio cuore.

Ricordo i giorni antichi, +

ripenso a tutte le tue opere, *

medito sui tuoi prodigi.

A te protendo le mie mani, *

sono davanti a te come terra riarsa.

Rispondimi presto, Signore, *

viene meno il mio spirito.

Non nascondermi il tuo volto, *

perché non sia come chi scende nella fossa.

Al mattino fammi sentire la tua grazia, *

poiché in te confido.

Fammi conoscere la strada da percorrere, *

perché a te si innalza l'anima mia.

Salvami dai miei nemici, Signore, *

a te mi affido.

Insegnami a compiere il tuo volere, +

perché sei tu il mio Dio. *

Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana.

Per il tuo nome, Signore, fammi vivere, *

liberami dall'angoscia, per la tua giustizia.

Doni...

Uno dei doni della mia estate è stata la scoperta della messa in latino.

Mentre prima ne ero affascinata come si cerca il bello nell'antiquariato, adesso ne ho scoperto la bellezza e la ricchezza: l'inaspettato valore che assume la liturgia se celebrata con parole diverse da quelle che usiamo ogni giorno (dalle preghiere alle parolacce in fila al semaforo...).

Non parlo del rito antico, ma della semplice applicazione della messa secondo il nuovo rito nello spirito del Concilio (se andate a riguardarvi la Sacrosanctum Concilium vedrete che non vi si aboliva il latino, anzi lo si raccomandava!).

Nel rispetto delle traduzioni che a volte sono necessarie per comprendere il testo a chi non conosce il latino, e senza nulla togliere a certe liturgie festose che in certi ambienti sono parte del cammino...vi suggerisco di provare questa esperienza diversa, che ci permette tra l'altro di pregare nel mondo con le stesse parole, in comunione completa di preghiera. A me ha fatto riscoprire il valore e la bellezza della messa. E vi suggerisco di leggere questo articolo di Lorenzo Bianchi.

Se abitate vicino Siena, questo è il link della Parrocchia di Staggia, dove potrete capire di cosa parlo (grazie Don Stefano!).

Come una sciabolata...

La lettura della messa domenicale di domani è un brano bellissimo della lettera ai Romani.

Vi propongo di rifletterci un po' e meditarla nel cuore. E' un esame di coscienza, un aiuto al discernimento, una consolazione nella sofferenza.

Rm 12, 1-2
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

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I giovani sono giovani

I giovani sono giovani
I giovani sono belli. Tu li ami, Gesù.
I giovani sono ribelli. Tu li ami.
I giovani sono strani. Tu li ami.
E giovani si perdono. Tu li vai a cercare.
I giovani se ne vanno lontano. Tu li aspetti.
I giovani amano. Tu vivi nel loro amore.
I giovani sono confusi nell'amore. Tu hai compassione.
I giovani sparano cavolate. Tu dici... "cresceranno".
I giovani hanno immense potenzialità. Tu ne favorisci lo sviluppo.
I giovani sono infantili. Tu non li condanni.
I giovani hanno dentro ogni vocazione. Tu li chiami.
I giovani ti offendono. Tu li perdoni.
I giovani hanno le ali. Tu gli offri l'azzurro dell'immenso cielo.
I giovani ti abbandonano. Tu vai a morire da solo.
I giovani si drogano, bevono, fanno sesso. Tu pazienti e proponi una vita esigente.
I giovani fanno compromessi. Tu li inviti alla radícalìtà.
I giovani sono provocatori. Tu mantieni la calma.
I giovani vanno fuori di testa. Tu mantieni l'equilibrio.
I giovani sono menefreghisti. Tu ti interessi di loro.
I giovani sono entusiasti. Tu apri loro le vie dell'universo.
I giovani perdono tempo. Tu li apri all'eterno senza tempo.
I giovani fanno peccati. E tu non scagli la pietra.
I giovani sono gioia. Tu la moltiplichi nel loro cuore.
I giovani cantano, ballano, sono musica. Tu sei la loro danza.
I giovani sbagliano. Tu li capisci.
I giovani sono GIOVANI. Tu sei il loro Dio Giovane.
I giovani: Tu fissi il tuo sguardo d'amore su ogni generazione e Li ami.
E io, Signore? E noi...?


Don Giosy Cento

Basta dire "SI"

VIVERE

Sorseggiare la vita come un liquore pregiato,
assaporare la vita come un cibo prelibato.
Apprezzare ogni attimo come un dono prezioso,
accolto dalle tue mani, Signore.
Offrirti ogni istante, vivere ogni momento
per la tua Gloria, essere la tua Gloria,
vivendo con Amore ogni goccia di vita.
Vivere la tua Volontà pienamente, intensamente.
Vivere, senza superficialità.
Vivere, con profondità.
Vivere, per ringraziarti, per lodarti,
vivere è lodarti, è glorificarti.

                 sr. Nunziella Scopelliti

...Agitazione in preghiera

Quando l'ho letta la prima volta l'ho trovata molto bella ma solo adesso capisco che non l'avevo capita fino in fondo....ed ora...ci sto provando

Cambiamo l'agitazione in preghiera

Gesù alle anime: - Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l'effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose.

Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi, e cambiare così l'agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell'anima, stornare il pensiero dalla tribolazione, e rimettersi a me perché io solo operi, dicendo: pensaci tu. E contro l'abbandono, essenzialmente contro, la preoccupazione, l'agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto.

E come la confusione che portano i fanciulli che pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci essi, intralciando con le loro idee e le loro fisime infantili il suo lavoro. Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia, chiudete gli occhi e non pensate al momento presente, stornando il pensiero dal futuro come da una tentazione, riposate in me credendo alla mia bontà, e vi giuro per il mio amore che, dicendomi con queste disposizioni: pensaci tu, io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero, vi conduco.

E quando debbo portarvi in una via diversa da quella che vedete voi, io vi addestro, vi porto nelle mie braccia vi fo trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, all'altra riva. Quello che vi sconvolge e vi fa male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillamento, ed il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge.


Nelle necessità spirituali e materiali...

Quante cose io opero quando l'anima, tanto nelle sue necessità spirituali quanto in quelle materiali, si volge a me, mi guarda, e dicendomi: pensaci tu, chiude gli occhi e riposa! Avete poche grazie quando vi assillate voi per produrle, ne avete moltissime quando la preghiera è affidamento pieno a me. Voi nel dolore pregate perché io operi, ma perché io operi come voi credete... Non vi rivolgete a me, ma volete voi che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma, che gliela suggeriscono. Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater: Sia santificato il tuo nome, cioè sii glorificato in questa mia necessità; venga il tuo regno, cioè tutto concorra al tuo regno in noi e nel mondo; sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, cioè disponi tu in questa necessità come meglio ti pare per la vita nostra eterna e temporale.

Se mi dite davvero: sia fatta la tua volontà, che è lo stesso che dire: pensaci tu, io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse. Ecco, tu vedi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: Sia fatta la tua volontà, pensaci tu. Ti dico che io ci penso, e che intervengo come medico, e compio anche un miracolo quando occorre. Tu vedi che l'infermo peggiora? Non ti sconvolgere, ma chiudi gli occhi e di': Pensaci tu. Ti dico che io ci penso, e che non c'è medicina più potente di un mio intervento di amore. Ci penso solo quando chiudete gli occhi.

Insonni, tutto vogliamo valutare, tutto scrutare, confidando solo negli uomini. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare, e vi abbandonate così alle forze umane, o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. E questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh, come io desidero da voi questo abbandono per beneficarvi, e come mi accoro nel vedervi agitati! Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in preda delle iniziative umane. Confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto. Io fo miracoli in proporzione del pieno abbandono in me, e del nessuno pensiero di voi; io spargo tesori di grazie quando voi siete nella piena povertà! Se avete vostre risorse, anche in poco, o, se le cercate, siete nel campo naturale, e seguite quindi il percorso naturale delle cose, che è spesso intralciato da satana. Nessun ragionatore o ponderatore ha fatto miracoli, neppure fra i Santi; opera divinamente chi si abbandona a Dio.


Quando invece confidiamo in Dio...

Quando vedi che le cose si complicano, di' con gli occhi dell'anima chiusi: Gesù, pensaci tu. E distràiti, perché la tua mente è acuta... e per te è difficile vedere il male e confidare in me distraendoti da te. Fa' così per tutte le tue necessità; fate così tutti, e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio amore. Ed io ci penserò, ve lo assicuro. Pregate sempre con questa disposizione di abbandono, e ne avrete grande pace e grande frutto, anche quando io vi fo la grazia dell'immolazione di riparazione e di amore, che importa la sofferenza. Ti sembra impossibile? Chiudi gli occhi e di' con tutta l'anima: Gesù pensaci tu. Non temere, ci penserò e benedirai il mio nome umiliandoti. Mille preghiere non valgono un atto solo di abbandono: ricordatelo bene. Non c'è novena più efficace di questa:

O Gesù m'abbandono in Te, pensaci tu!

Ufficio delle letture di venerdì 16...

Dai «Trattati sulla prima lettera di Giovanni» di sant'Agostino, vescovo (Tratt. 4, 6; PL 35, 2008-2009)


Il desiderio del cuore si spinge verso Dio
[...]

L'intera vita del fervente cristiano è un santo desiderio. Ciò che poi desideri, ancora non lo vedi, ma vivendo di sante aspirazioni ti rendi capace di essere riempito quando arriverà il tempo della visione.
Se tu devi riempire un recipiente e sai che sarà molto abbondante quanto ti verrà dato, cerchi di aumentare la capacità del sacco, dell'otre o di qualsiasi altro continente adottato. Ampliandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo si comporta Dio.
Facendoci attendere, intensifica il nostro desiderio, col desiderio dilata l'animo e, dilatandolo, lo rende più capace.
Cerchiamo, quindi, di vivere in un clima di desiderio perché dobbiamo essere riempiti. Considerate l'apostolo Paolo che dilata il suo animo, per poter ricevere ciò che verrà. Dice infatti: «Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto» (Fil 3, 13).
Allora che cosa fai in questa vita, se non sei arrivato alla pienezza del desiderio? «Questo soltanto so: Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 13-14). Paolo ha dichiarato di essere proteso verso il futuro e di tendervi pienamente. Era consapevole di non essere ancora capace di ricevere «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo» (1 Cor 2, 9).
La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri. Già abbiamo detto altre volte che per essere riempiti bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa.
Quando diciamo miele, oro, vino, ecc., non facciamo che riferirci a quell'unica realtà che vogliamo enunziare, ma che è indefinibile.
Questa realtà si chiama Dio. E quando diciamo Dio, che cosa vogliamo esprimere? Queste due sillabe sono tutto ciò che aspettiamo. Perciò qualunque cosa siamo stati capaci di spiegare è al di sotto della realtà. Protendiamoci verso di lui perché ci riempia quando verrà. «Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2).